Ecologia, sviluppo equilibrato, farmaci più accessibili. Papa Francesco all'ONU di Nairobi

Il Papa alla sede ONU di Nairobi
Foto: Martha Calderon/ Aci Group
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Pianta un albero nel centro della sede delle Nazioni Unite di Nairobi, e di fronte ai delegati onusiani chiede un impegno comune sul cambiamento climatico, in vista della conferenza di Parigi. Papa Francesco all’UNON – l’ufficio ONU stabilito a Nairobi, in Kenya – indica la strada che conduce verso la conferenza sul clima di Parigi. Ma non solo: chiede un equo commercio, uno sviluppo interdipendente che tenga conto anche dei poveri, e tocca anche lo spinoso problema di un più facile accesso ai farmaci, un tema sul quale da sempre la Chiesa è in prima linea.

A Nairobi c’è una sede dell’ONU dal 1996. Ma sono più antiche le due agenzie ONU che vi trovano casa: l’UNEP, ovvero lo United Nations Environment Program, e lo United Nations Human Settlement Program, il programma sugli insediamenti umani. E dall’UNEP sono venute molte delle linee guida del COP21, l’incontro di Parigi cui la Santa Sede dà una grande importanza. Logico che tutto il discorso del Papa si concentri sull’ambiente.

Spiega il Papa che “piantare un alberto è, in primo luogo, un invito a continuare a lottare contro fenomeni come la deforestazione e la desertificazione,” e ci “ricorda l’importanza di gestire in modo responsabile” i polmoni del pianeta, ma ci dà anche “fiducia”.

Il Papa fa ampie citazioni della “Laudato Si” nel chiamare gli Stati alla loro responsabilità, perché “sarebbe triste, e oserei dire, perfino catastrofico che gli interessi privati prevalessero sul bene comune e arrivassero a manipolare le informazioni per proteggere i loro progetti”.

Insomma, da Parigi può arrivare “un segnale chiaro” nella direzione di un nuovo sviluppo meno basato sul carbone, “a condizione che, come ho avuto occasione di dire davanti all’assemblea generale dell’ONU, evitiamo qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze”. L’auspicio è che la COP21 “porti a concludere un accordo globale e trasformatore, basato sui principi di solidarietà, giustizia, equità e partecipazione, e orienti al raggiungimento di tre obiettivi, complessi e al tempo stesso interdipendenti: la riduzione dell’impatto dei cambiamenti climatici, la lotta contro la povertà e il rispetto della dignità umana”.

Papa Francesco sottolinea che tutti i Paesi sono collegati tra loro, c’è una interdipendenza che rende “necessario un dialogo sincero e aperto, con la collaborazione responsabile di tutti: autorità politiche, comunità scientifica, imprese e società civile”. E “non mancano – sottolinea il Papa – “esempi positivi che ci mostrano come una vera collaborazione tra la politica, la scienza e l’economia sia in grado di ottenere risultati importanti”.

C’è bisogno – afferma il Papa – di un cambio di rotta, che metta l’economia e la politica al servizio dei popoli e che “non può essere realizzato senza un impegno sostanziale nell’istruzione e nella formazione”. “Nulla sarà possibile se le soluzioni politiche e tecniche non vengono accompagnate da un processo educativo che promuova nuovi stili di vita, un nuovo stile culturale”.

Sempre citando la "Laudato Si", Papa Francesco parla dei temi di cui parla sempre, delle necessità di superare le diseguaglianze, dei migranti ecologici che non hanno lo status di rifugiati, del traffico di esseri umani.

Il Papa  auspica la formazione di “una cultura della cura: cura di sé, cura degli altri, cura dell’ambiente”, che sostituisca la cultura del degrado e dello scarto, con “la consapevolezza di una origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti”.

È questa la sfida culturale che emerge oggi. Perché “non si può rimanere indifferente” alla “globalizzazione dell’indifferenza” che è un prodotto della cultura dello scarto.

 Il Papa incoraggia “quanti, a livello locale e internazionale, lavorano perassicurare che il processo di urbanizzazione si converta in uno strumento efficace per lo sviluppo e l’integrazione, al fine di assicurare a tutti, specialmente a coloro che vivono in quartieri marginali, condizioni di vita dignitose, garantendo i diritti fondamentali alla terra, alla casa e al lavoro”.

Papa Francesco sottolinea che “è necessario promuovere iniziative di pianificazione urbana e cura degli spazi pubblici che vadano in questa direzione e prevedano la partecipazione della gente del luogo, cercando di contrastare le numerose disuguaglianze e le sacche di povertà urbana, non solo economiche, ma anche e soprattutto sociali e ambientali”.

Si guarda alla Conferenza Habitat-III (a Quito, nell’ottobre 2016), ma anche alla 10ma Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che si va a tenere proprio a Nairobi. Papa Francesco la menziona, ricorda che già Paolo VI nella Populorum Progressio riflettè su come le relazioni commerciali potessero essere fonte di sviluppo tra i popoli e afferma: “Pur riconoscendo il molto lavoro fatto in questo settore, sembra che non si sia ancora raggiunto un sistema commerciale internazionale equo e completamente al servizio della lotta contro la povertà e l’esclusione”.

Sottolinea Papa Francesco che “le relazioni commerciali tra gli Stati, parte essenziale delle relazioni tra i popoli, possono servire sia a danneggiare l’ambiente sia a recuperarlo e assicurarlo alle generazioni future” , e per questo auspica che i risultati raggiunti sul commercio “non siano un mero equilibrio di interessi contrapposti, ma un vero servizio alla cura della casa comune e allo sviluppo integrale delle persone, soprattutto dei più abbandonati”.

Poi c’è lo spinoso problema dei brevetti sanitari. Da sempre, la Santa Sede, con le sue innumerevoli istituzioni ospedaliere (dati OMS alla mano, le strutture cattoliche sono il 70 per cento del welfare africano) si batte perché i farmaci possano essere più accessibili, e perché la politica dei brevetti non favorisca solo i ricchi. Papa Francesco fa sue queste preoccupazioni.

Afferma il Papa: “I Trattati regionali di libero scambio in materia di protezione della proprietà intellettuale, in particolare nel settore farmaceutico e delle biotecnologie, non solo non devono limitare i poteri già conferiti agli Stati da accordi multilaterali, ma, al contrario, dovrebbero essere uno strumento per garantire un minimo di cura e di accesso alle cure essenziali per tutti”.

E poi, “le discussioni multilaterali, a loro volta, devono dare ai Paesi più poveri il tempo, l’elasticità e le eccezioni necessarie ad un adeguamento ordinato e non traumatico alle regole commerciali”.

Il Papa mette in luce anche che “alcuni temi sanitari, come l’eliminazione della malaria e della tubercolosi, la cura delle cosiddette malattie “orfane” e i settori trascurati della medicina tropicale, richiedono un’attenzione politica prioritaria, al di sopra di qualsiasi altro interesse commerciale o politico”.

Ma quello del Papa è soprattutto un appello contro l’egoismo. Sottolinea che il patrimonio dell’umanità “subisce un costante rischio di distruzione causato da egoismi umani di ogni tipo e dall’abuso di situazioni di povertà e di esclusione.”

E parla, in linea generale (ma con un occhio alla realtà africana), “dei traffici illeciti che crescono in un contesto di povertà e che, a loro volta, alimentano la povertà e l’esclusione” e del “commercio illegale di diamanti e pietre preziose, di metalli rari o di alto valore strategico, di legname e materiale biologico, e di prodotti di origine animale, come il caso del traffico di avorio e il conseguente sterminio di elefanti, alimenta l’instabilità politica, la criminalità organizzata e il terrorismo”.

Una situazione che “è un grido degli uomini e della terra che dev’essere ascoltato da parte della comunità internazionale”.

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