Ecuador, Bolivia e Paraguay, quando li visitò Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II
Foto: operaromanapellegrinaggi.org
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I paesi che Papa Francesco visita nei prossimi giorni sono stati visitati da Giovanni Paolo II  nella seconda metà degli anni ’80. Erano gli anni difficili della teologia della liberazione, della teologia indigena. In America Latina il papa è stato moltissime volte. Sentiva il calore e la necessità di una guida che i figli di quella parte di mondo avevano.

Una delle consuetudini di Giovanni Paolo II per favorire la “collegialità affettiva” era quella di pranzare o cenare con i vescovi del paese visitato. Ne uscivano conversazioni e riflessioni che il Papa polacco offriva a suoi confratelli e che venivano registrate dalla Radio Vaticana.

Per anni sono rimaste inedite, da qualche mese sono pubblicate nel libro “Il Mistero dei Dodici” edito dalla TAU.

Tra le conversazioni c’è quella con i vescovi dell’Ecuador nel gennaio del 1985. Giovanni Paolo II sceglie di parlare della universalità della Chiesa anche nella Chiesa locale.

A 2800 metri, incontra i lavoratori, gli indios sostenuti dal vescovo Leonidas Proaño, teorico della Teologia della liberazione. Non sappiamo se fosse presente. Ecco il testo:

Si può dire che tutto il paese celebra non solo la vista del papa, ma celebra il suo essere Chiesa, essere in questa dimensione che noi dobbiamo ai disegni imperscrutabili di

Dio e specialmente a Gesù Cristo. Allora il Popolo di Dio dell’Ecuador lo celebra. In quei luoghi dove si celebra l’Eucarestia sono momenti più forti, ma passa per tutto il paese e non si può spiegare senza una profonda fede, una profonda evangelizzazione e preparazione, perché le celebrazioni non si improvvisano. Io voglio ringraziare tutti, il signor cardinale, il presidente della conferenza episcopale, tutti i vescovi e arcivescovi dell’episcopato equadoregno, tutti sacerdoti, religiosi e religiose e agenti pastorali impegnati nell’apostolato, ringrazio tutti profondamente per questa preparazione e per questa esperienza. Perché per me è una profonda esperienza. Si può dire che è una esperienza complementaria, una esperienza della Chiesa universale nella sua dimensione universale, per tutti e per me, anche come in una Chiesa particolare, locale di un paese vive e si realizza la Chiesa universale, come è la vera funzione, la vera missione di Pietro, il ministero petrino nella Chiesa.

Nel maggio del 1988 Giovanni Paolo II visitò il Paraguay. Era un viaggio che comprendeva diversi paesi ed era anche la occasione per il Papa polacco di prepararsi a celebrare i dici anni di pontificato. Il viaggio prevedeva anche la visita della Colombia e della Bolivia. Il Papa aveva inventato l’usanza degli incontri con i giornalisti durante i lunghi voli intercontinentali. Le domande spaziavano come sempre su molti temi. Allora non c’erano trascrizioni dei testi come oggi, e si è dovuto attendere il 2011 per trovare la maggior parte di queste conversazioni, fino ad allora inedite,  nel libro “ Compagni di viaggio” edito dalla Libreria Editrice Vaticana.

Nel volo verso il Paraguay nel 1988 Federico Mandillo, vaticanista dell’ Ansa gli chiese:

Sono dieci anni che lei viaggia con i giornalisti che ha più volte chiamati amici, adesso gli amici domandano a lei in uno di questi viaggi, in una realtà così drammatica come per esempio la Colombia la Bolivia, problemi di droga difficoltà di lavoro, uno dei paesi più poveri. A cosa ci consiglia di fare attenzione a noi “amici”?

Ecco la risposta del Papa:

Io direi di cercare di conoscere le situazioni nella loro complessità, perché è molto facile cadere nelle soluzioni superficiali, nei giudizi superficiali. Io sono convinto, e lo ripeto sempre ai giornalisti, che il loro dovere è di scrivere e presentare le cose nella verità, ma le verità sono anche molto complesse. E questo naturalmente è anche uno dei compiti nostri della Chiesa di vedere le situazioni nella loro complessità, nella loro verità e poi sapere cosa possiamo fare noi come pastori come vescovi come sacerdoti come Chiesa, per la soluzione dei problemi. Certamente dentro questi problemi come punto nodale c’è sempre una dimensione etica. E questo si ripete sempre, di nuovo. Parliamo molte volte di peccato strutturale e certamente nel mondo ci sono diversi tipi di peccati strutturali. Là ci sono anche i tipi specifici latino americani. Ma dietro il peccato strutturale, di cui ho parlato anche nella ultima enciclica ampiamente, c’è sempre possiamo dire un peccato personale, un responsabilità personale, e anche una responsabilità e un peccato molto“distribuito” fra le diverse coscienze e persone. Allora non si può salvare anche temporalmente, anche economicamente, la società non entrando in questa dimensione, e la Chiesa vede come suo compito ripetere sempre questo, non per entrare in un moralismo o una moralizzazione noiosa, ma perché qui è la vera radice del problema.

Un giornalista inglese chiede al Papa:

Lei pensa che le visite come quella in Cile al presidente Pinochet o adesso al generale Stroessner, rendano i suoi viaggi troppo politici?

La risposta:

Quello che fanno è loro responsabilità, quello che io faccio è mia responsabilità. Io faccio sempre lo stesso, predicare il Vangelo di Gesù Cristo e la dottrina sociale della Chiesa.

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