Europa, il nunzio Lebaupin: “La Chiesa è ancora ascoltata e ha ancora molto da dire”

Sfide e futuro della Chiesa in Europa: in questa intervista esclusiva con ACI Stampa, l’arcivescovo Alain Lebaupin, che ha appena lasciato l’incarico di nunzio nell’Unione Europea dopo 8 anni ed è andato in pensione dopo 40 anni di carriera diplomatica

Il nunzio Lebaupin a colloquio con Papa Francesco
Foto: Eglise Catholique
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C’è una Chiesa che è ancora ascoltata in Europa. Ma deve anche trovare nuovi linguaggi, nuovi modi di raccontare la sua verità, in uno spirito di dialogo che porta non ad imporre, ma a proporre, la sua visione fondata su Cristo e permeata di dignità umana. L’arcivescovo Alain Paul Lebeaupin , nunzio presso l’Unione Europea uscente, lo spiega ad ACI Stampa in una lunga intervista di fine mandato.

L’arcivescovo è infatti “andato in pensione” lo scorso 16 novembre, dopo aver compiuto 75 anni, al termine di una carriera diplomatica lunga quaranta anni che lo ha visto servire nelle missioni di Nazioni Unite, Repubblica Dominicana, Mozambico e OSCE, prima di diventare ambasciatore del Papa in Ecuador, Kenya e infine Unione Europea, incarico che ha tenuto per gli ultimi otto anni.

Lei ha servito in nunziature in tutto il mondo ed è stato "ambasciatore del Papa" anche in America Centrale ed Africa. Quale è la particolarità della nunziatura della Santa Sede presso l'Unione Europea? 

Le relazioni tra l’Unione Europea e la Santa Sede sono delle relazioni diplomatiche, ed in consequenza la Missione diplomatica della Santa Sede è una Nunziatura e non una missione di osservazione, come quella che c’è per esempio al Consiglio d’Europa o alle Nazioni Unite. Dunque come un nunzio in uno Paese, il nunzio presso l’Unione deve ricevere l’agreament dell’Unione Europea, ovvero dei 27 Stati membri, e c’è una procedura interna che prende da un mese e mezzo a due mesi. Poi, il nunzio presenterà delle Lettere credenziali e non solo una Lettera di presentazione al Presidente della Consiglio Europeo dei Capi di Stato o di Governo ed al Presidente della Comissione. Inoltre, il Nunzio presso l’UE è il Decano di diritto del Corpo diplomatico accreditato presso l’Unione.

In cosa, allora, è differente dalle altre nunziature? 

Comparandola alle nunziature classiche, ci si potrebbe chiedere quale sia la relazione con la Chiesa locale, dato che l’UE comprende diverse Chiese locali. È vero che il nunzio presso l’Unione Europea non ha responsabilità di giurisdizione su nessun Paese dell’UE, però esiste una istituzione ecclesiastica, la Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) che rappresenta le diverse conferenze episcopali, ed è direttamente in relazione con la nunziatura un po’ come lo è una conferenza episcopale con le nunziature del loro Paese. Non c’è, dunque, una relazione diretta con ogni vescovo, ma allo stesso tempo, è evidente che l’azione della nunziatura sarà sempre in relazione con la vita della Chiesa nell’ UE e nel Mondo.

Quale è il lavoro della nunziatura presso l’Unione Europea?

La nunziatura lavora con le autorità dell’Unione Europea per mantenere delle relazioni che sono diplomatiche come lo fanno tutte le nunziature con le autorità dello Stato presso le quali sono accreditate. Un ambasciatore non assiste alle riunioni del governo dello Stato che li ospita, ma segue la vita politica, ed particolarmente i lavori del Parlamento, cercando di essere prudenti per non essere accusati di fare ingerenze. La nunziatura presso l’UE fa la stessa cosa, seguendo i lavori delle tre Autorità dell’Unione, ossia la Commissione Europea ed il Consiglio Europeo, cercando di instaurare un dialogo diretto con i Commissari ed i funzionari competenti.

Per quanto riguarda invece le relazioni con il Parlamento Europeo?

Quanto alle relazioni con il Parlamento Europeo, conviene alla nunziatura di agire con discrezione lavorando sempre in relazione con la COMECE che può trattare più direttamente non avendo il carattere diplomatico che esige un comportamento più riservato.

Il suo mandato di nunzio in Europa si è concluso con la “visita virtuale” del Cardinale Pietro Parolin per i cinquanta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede ed Unione Europea. Cosa prevede per il futuro nelle relazioni Santa Sede – UE?

Lo scopo principale delle relazioni della Santa Sede con l’Unione Europea è di stabilire uno dialogo ritenendo che non si tratta di negoziare uno testo o uno accordo. Ovviamente, non ho inventato la parola “dialogo”, si è desiderato che si sviluppasse sempre di più un dialogo tra la Santa Sede e la Commissione Europea, il Consiglio Europeo ed il Parlamento Europeo. Abbiano desiderato istituzionalizzare al massimo il dialogo. Inoltre, si dovrebbe andare avanti su questa strada di un dialogo che sia “strutturato”. Una espressione, quest’ultima, che fu coniata dall’Onorevole Federica Mogherini durante il suo mandato di Alto Rappresentante UE per la politica estera.

Lei crede che il progetto europeo sia ancora vivo? O è un processo ancora in corso?

Ha usato due parole, progetto e processo. Mi sembra che il concetto di “progetto” è più statico perche lo che si desidera realizzare è già definito, al contrario il concetto di “processo” è più dinamico, è uno cammino, e in cammino si può migliorare, rivedere le cose. Personalmente preferisco parlare dell’Unione Europea come di un “processo euroeo”. Così, l’Unione Europea insiste molto sulla dimensione democratica dei valori nello Stato di diritto. Ha ragione, perché il continente europeo ha qualcosa da dire sulla democrazia e per tale ragione nel contesto mondiale attuale non dobbiamo guardare al processo europeo con disillusione. Credere o non al processo europeo non è la vera domanda che si pone agli europei.

E quale è la vera domanda?

La vera domanda è chiedersi se abbiamo alla scelta. Vogliamo ritornare al passato? Per me, siamo di fronte ad un dilemma: i rischi del passato o l’attuale processo europeo. Abbiamo scelta riguardo l’Unione Europea? Si è arrivati all’Unione Europea dopo due guerre mondiali nate in Europa, due grandi dittature che sono ugualmente nate e sviluppate in Europa. Sulla carta, c’è Oggi, l’Europa: è ancora interessata da questo lungo lavoro di gestazione? Sulla carta il processo è abbastanza chiaro, ma bisogna farlo funzionare. A tale fine, servono dunque persone concrete, ciascuna con la propria storia, intelligenza, volontà di azione. Abbiamo fatto l’Europa, ma adesso bisogna fare nascere gli Europei, per parafrasare un famoso statista italiano.

In una Europa sempre più secolarizzata, con una politica che tende sempre più a mettere la libertà religiosa ai margini, la voce della Santa Sede è ancora ascoltata? 

Anche il Signore ha predicato nel deserto. Perché una voce sia ascoltata, c’è bisogno che ci siano orecchie aperte e disposte ad ascoltare. Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo. Oggi, Papa Francesco, con l’enciclica Fratelli Tutti, ha introdotto questo nuovo concetto, che sarà tutto da sviluppare: il concetto dell’amicizia sociale. Tutti mi chiedono cosa sia. La Chiesa aveva già parlato di civiltà dell’amore, e anche parlare di amicizia è parlare di una forma di amore. Ma, mi sembra che nel concetto di “amicizia sociale” di Papa Francesco c’è un principio fondatore della società che non possa essere solo l’interesse economico e politico o culturale, c’è la dimensione della relazione di persona a persona basata sull’amore del prossimo che diviene fondatrice della società umana. Il fatto che le persone si chiedono cosa si intenda, però, dimostra che la voce della Chiesa è ascoltata.

Da cosa lo vede, in particolare?

Lo ho visto anche negli ultimi contatti che ho avuto in videoconferenza, a causa delle restrizioni anti-COVID, con i commissari europei ed i capi di gabinetto, e lo ho visto con la visita virtuale del Cardinale Parolin. Ora si tratta di continuare questo dialogo. Sì, credo che la voce della Santa Sede interessa i nostri interlocutori dell’Unione Europea perche sono dei responsabili che devono prendere delle decisioni concrete, ma da “interessante” la voce della Santa Sede e dunque della Chiesa deve essere “ascoltata”. È raro che io parli a grandi folle, ma parlo a delle persone singolari. E quando queste persone hanno delle responsabilità, il nostro compito è far nascere in loro l’interesse per quel che il Papa dice.

È stato nunzio presso l’Unione Europea per otto anni. In questo periodo, l’Europa è cambiata?

Già quando è stato adottato il Trattato di Lisbona nel 2007, c’è stato un cambiamento. Ovviamente, nessuno può dire come questo cambiamento sarebbe stato se ci fosse stata la Costituzione europea, prima voluta e poi rinviata. Di quella Costituzione abbiamo una forma ridotta nel Trattato di Lisbona. I documenti, tuttavia, devono avere la virtù di essere chiari: non sono i testi che fanno funzionare le cose, ma le persone. Nel caso dell’UE, chiamarsi “Unione Europea” ha già rappresentato un cambiamento sostanziale della realtà.

A che punto è dunque il processo europeo?

Il processo europeo è entrato in un cammino, ed è un cammino di montagna su cui a volte cadono pietre. Bisogna dunque essere prudenti, facendo in modo che tutti siano in cammino. Il progetto europeo non è di disunire, ma di unire. L’Unione Europea non è un club al quale si può aderire ed uscire quando desidera. L’Unione Europea è “una Casa comune” da costruire. Ma anche questa concetto di costruzione è dinamico che esige di ognuno di sentirsi responsabile; A tale proposito, gradirei ricordare che l’idea di “casa comune europea” è stata lanciata dal Sig. Gorbaciov, che però intendeva una casa europea che includesse anche l’Unione Sovietica.

In questi anni, dove è che l’Unione Europea ha fallito e dove ha avuto successo?

L’Unione Europea ancora non esiste. La formula è bella, ma il problema non è nelle parole. Siamo in costruzione, e la costruzione non è finita: ci sono Paesi che dovranno entrare, e purtroppo in questi giorni c’è una separazione dolorosa, che è la Brexit. Il dramma della Brexit non è rappresentato dal fatto solo che la Gran Bretagna lascia l’Unione, ma che se ne va anche una parte della nostra storia europea che ci mancherà. Il punto, per l’Unione, non è solo di allargare i numeri, ma di creare un ambiente che favorisca lo sviluppo degli ideali europei in ogni membri. Con il Brexit, siamo come in una famiglia quando una persona si separa. Tale rottura è necessariamente dolorosa, ma sempre c’è speranza di un ritorno! Speriamo che non avvenga lo stesso con altri Stati. Per tale ragione, dobbiamo trovare un modo in cui tutti i popoli europei si sentano accolti nell’Unione Europea.

Dove la Santa Sede presso l’Unione Europea ha potuto incidere?

Si cerca sempre di fare del proprio meglio, ma penso che tutti dobbiamo migliorare, ed essere pronti. La Santa Sede deve essere pronta sempre a dialogare, perché il dialogo non è solo dare una lezione a qualcuno ma è anche condividere una riflessione comune. La Chiesa è presente in ogni Stato, e le Conferenze episcopali possono reagire ad ogni realtà, mentre la Santa Sede ha necessariamente una visione delle cose che viene dall’universalità della Chiesa. Una riflessione che viene dallo spirito di comunione, e che deve favorire al contributo che si dà sul terreno.

Cosa deve fare dunque la Santa Sede nell'Unione Europea?

La Santa Sede nell’Unione Europea deve comprendere perché a volte il suo discorso non è compreso. Non significa che abbiamo torto, significa che magari dobbiamo migliorare il modo in cui il discorso viene presentato. Per esempio, parlando di aborto ed eutanasia, il nostro discorso deve far comprendere che l’importante è la vita, dall’inizio alla fine. Tutta la vita. Siamo chiamati a parlare della dignità della vita dell’anziano, del bambino, della donna; dobbiamo spiegare che c’è una dignità della vita nel lavoro. Dobbiamo difendere la vita nel suo insieme. Se non abbiamo una visione globale della bellezza della vita, è difficile far capire anche il perché siamo contrari ad ogni atto contro la vita umana al suo inizio ed alla sua fine.

Cosa è significato per lei chiudere con le celebrazioni dei cinquanta anni della nunziatura e la visita virtuale del Segretario di Stato?

È stato bello, ma sarebbe stato ancora più bello se la visita fosse stata “presenziale” e non solo “virtuale”, come si dice adesso. Ma ora, dopo della “visita virtuale”del Cardinale di Stato, bisogna continuare, bisogna cercare incessantemente il dialogo, trovando punti di comune interesse e sfruttandoli per meglio sviluppare il dialogo. Come ho già detto, la nunziatura presso l’Unione ha relazioni con persone chiamate a prendere decisioni. Non ho mai inteso imporre loro qualcosa, ma ho sempre sperato che dal nostro incontro potesse nascere un interesse che andasse oltre. Per esempio, l’Unione Europea è molto interessata alla questione ambientale. Noi possiamo portare a questo interesse il contributo della nostra visione, che mette la questione ambientale in relazione alla persona umana. L’ambiente è così in relazione con l’uomo e la donna nella sua vita e nella dignità della sua vita.

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