Fratelli tutti, l’enciclica di Papa Francesco come strumento di pace

I Cardinali Parolin e Ayuso, e il giudice Mohamed Abdel Salam mettono in luce come l’enciclica di Papa Francesco possa essere uno strumento di pace

Il panel della presentazione dell'enciclica Fratelli Tutti, Aula Nuova del Sinodo, 4 ottobre 2020
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Dalla necessità di ripensare le relazioni internazionali alla luce della fraternità al dialogo; dai progetti educativi sviluppati dall’università egiziana di al Azhar e dall’Alto Comitato per la Fratellanza Umana alla necessità di rigettare la guerra e di invece fare la guerra attraverso il dialogo. Un parterre d’eccezione presenta l’enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco. Ha detto il Papa al termine dell’Angelus: “La fraternità umana e cura del creato formano unica via nello sviluppo integrale della pace, già indicata dai Santi Papi Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II”.

È la terza enciclica del Papa, la seconda enciclica sociale. E, se si esclude la Lumen Fidei che era già stata impostata da Benedetto XVI, si può dire che tutte le encicliche di Papa Francesco sono state encicliche sociali.

A presentare l’enciclica, i Cardinali Piero Parolin, Segretario di Stato vaticano, e Miguel Anguel Ayuso Guixot. Il primo guida la diplomazia della Santa Sede, il secondo è ora presidente di quell’Alto Comitato per la Fraternità Umana che è nato dopo la dichiarazione di Abu Dhabi. Con loro, il giudice Mohamed Abdel Salam, che del Comitato è segretario, ma anche il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi e la professoressa Anna Rowlands dell’univrsità di Durnham.

Il Cardinale Parolin si sofferma sull’enciclica come strumento diplomatico. E, in fondo, dopo la dichiarazione di Abu Dhabi Papa Francesco aveva cominciato a dare copia del discorso a tutti i capi di Stato e di governo che lo hanno visitato. C’era, insomma, già da tempo un percorso in questo senso.

Il Segretario di Stato vaticano spiega che l’enciclica “delinea una cultura della fraternità da applicare ai rapporti internazionali”, attraverso un metodo che si basa “sulla manifestazione di atti concreti”, perché il dialogo è una “arma che ha un potenziale distruttivo superiore a qualsiasi armamento, perché se le armi distruggono la speranza fino a spegnere il futuro di persone e comunità, il dialogo distrugge le barriere, favorisce la riconciliazione e apre lo spazio del perdono”.

Non solo. Il Segretario di Stato mette in luce che “l’assenza di dialogo permette ai rapporti internazionali di degenerare e affidarsi al peso della potenza”, ma anche che “il dialogo domanda pazienza e avvicina al martirio” perché fa le sue vittime, che sono proprio “coloro che non rispondono alla logica del conflitto”.

Il Cardinale Parolin però sottolinea anche che “per fare della fraternità uno strumento” si deve “far crescere una spiritualità della fraternità”, in modo che questa possa poi concorrere “al rinnovamento di principi che presiedono la vita internazionale o essere in grado di far emergere linee per nuove sfide”, coinvolgendo tutti gli attori, anche quelli religiosi.

Si deve, aggiunge il Segretario di Stato vaticano, “cambiare la dinamica della relazione al suo interno”, perché quando viene “accolta la supremazia degli interessi generali, allora le sovranità smettono di essere un assoluto”. Ecco, allora, che

la fraternità diventa il modo di far valere gli impegni sottoscritti, per rispettare la volontà legittimamente manifestata”.

Una fraternità, aggiunge il Cardinale Parolin, che deve guidare anche la governance globale (da tempo la Santa Sede chiede una autorità mondiale per competenze universali), in modo che all’accentramento dei poteri si sostituisca una “sovranità collegiale”. Anche perché “si sente il limite delle strutture multilaterali, che fanno fatica ad adattarsi alla nuova realtà di un mondo che non è bipolare, ma multipolare”, e dunque c’è terreno “fertile” per un rinnovamento.

Spiega il Cardinale Parolin: “La fraternità propone di trasformare la vita internazionale da semplice coesistenza necessaria alla necessità di sviluppare uno spirito di comunità che favorisca una effettiva convivenza”, dove siano prevalenti le istanze dei popoli e delle persone, e in cui l’apparato internazionale possa garantire il bene comune.

Il cardinale Parolin lancia anche un appello alle Ong cattoliche che lavorano a livello internazionale perché “possano farsi portavoce di questo messaggio presso le organizzazioni internazionali”.

Il Cardinale Miguel Angel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, mette in luce che proprio il dialogo tra le religioni è “al cuore dell’insegnamento di Papa Francesco”. “Il documento sulla fraternità umana firmato da Papa Francesco ad Abu Dhabi – dice – è una pietra miliare nel dialogo interreligioso”.

Il Cardinale spiega che i credenti di diverse tradizioni religiose possono “veramente offrire il proprio contributo alla fraternità universale nelle società in cui vivono”, sottolinea che c’è bisogno di uno spazio “per il pensiero religioso”, afferma che è necessario “vivere la propria identità con il coraggio dell’alterità”, ed è questa “la soglia che il Papa ci chiede di varcare”. Insomma, si tratta di “compiere passi concreti con persone di altre religioni, con la speranza di poter essere chiamati messaggeri di pace e costruttori di comunione”.

“Guardando al futuro – aggiunge il Cardinale – è necessaria una solidarietà nuova ed universale e un nuovo dialogo basato sulla fraternità. Dobbiamo avere coscienza del fatto che le religioni non devono chiudersi in loro stesse. Come credenti, ci disponiamo a percorrere la via della fraternità umana nonostante le differenze”.

È un tema sviluppato anche da Abdelsalam, segretario dell’Alto Comitato per la Fraternità umana che pone l’accento sul cammino decennale fatto tra Santa Sede ed al Azhar per promuovere il tema della Fraternità Umana. Ed è da dire che la dichiarazione di Abu Dhabi è arrivata al culmine dell’Anno della Fraternità proclamata dagli Emirati Arabi Uniti, mentre l’università di al Azhar aveva lavorato a lungo sulla riforma del concetto di cittadinanza nel mondo islamico, da legare alla nazione e non più alla religione.

Per questo, Abdelsalam sostiene che “monumenti della fraternità umana” possono essere riconosciuti Papa Francesco e il Grande Imam di al Azhar Ahmed bin Tayyeb, e che a loro è dedicato un dipartimento scientifico ad al Azhar dedicato proprio alla Fraternità Umana.

Non solo. Abdelsalam sottolinea che i programmi scolastici di al Azhar includeranno il tema della fraternità umana e “ci saranno due milioni di alunni che studieranno i principi della Fratellanza umana anche nelle scuole”. E questo perché “la fratellanza umana resta una assoluta priorità nel mondo intero”.

Parlando poi con ACI Stampa, Abdelsalam ha spiegato che il lavoro sul documento di Abu Dhabi è durato un anno intero, e che il Papa e il Grande Imam vi hanno lavorato personalmente secondo una visione comune, e che si tratta di un documento che"parla all'umanità intera", non soltanto a cristiani e musulmani, e a tutti i musulmani. A tal riguardo, c'era stato chi, come il Cardinale Rafael Sako, aveva proposto la firma di un documento analogo da parte del Papa a Najaf, durante il suo previsto e mai avvenuto a causa della pandemia viaggio in Iraq. Un documento che avrebbe fatto un ponte anche con la comunità sciita. Ma Abdelsalam sottolinea che il metodo di al Azhar è inclusivo, che il Grande Imam ha anche proposto che nel Consiglio dei Saggi islamico fosse incluso un imam sciita, e che queste critiche "mostrano la forza del documento", che ha una portata universale. 

Il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi mette in luce, invece, gli aspetti dell’enciclica la spinta per la pace, denuncia la “crescita del materialismo camuffato da idealismo”, e sottolinea che “troppo abbiamo accettato la guerra”, e per questo anche i movimenti di pace si sono affievoliti.

“La parole del Papa – esorta Riccardi – risveglino dalle logiche del conflitto. La guerra è una resa vergognosa, inquina il futuro e tante volte sembra ai disperati delle periferie umane una risorsa”.

Anna Rowlands, dell’università di Durnham, si è invece soffermata sugli aspetti teologico – sociali dell’enciclica, in particolare sull’insegnamento della Chiesa della destinazione universale dei beni, ma anche sulla messa in guardia delle forme chiuse di populismo e sulla necessità di guardare all’altro, perché “la cultura è sana solo nella misura in cui rimane aperta alle altre.”

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