Fedeltà a Cristo, l’unica gloria del discepolo. XV Domenica del Tempo Ordinario

Gesù e i discepoli
Foto: Centro Aletti
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L’Evangelista san Marco ci ha già parlato della chiamata degli apostoli. I dodici erano stati scelti perché stessero con lui e per annunciare il Vangelo. Fino a questo momento essi hanno vissuto “lo stare con Gesù”, ora sono mandati per vivere la seconda dimensione del discepolo, quella missionaria. 

Gli apostoli vanno con una triplice consapevolezza: (1) è Gesù che li manda; (2) il loro mandato viene dall’alto, (3) non è una iniziativa personale. Sono stati coinvolti, infatti, in un’iniziativa che non è la loro. Essi sono mandati a fare quello che ha fatto Gesù: predicare la conversione, guarire gli ammalati, cacciare i demoni.

Nei compiti affidati agli apostoli troviamo descritta la missione della Chiesa, chiamata a coniugare contemplazione ed azione; a vivere, cioè, un’esistenza dove l’intenso operare per i fratelli non distoglie dall’attenzione a Cristo, dal continuo riferimento a Lui.

Gesù “…incominciò a mandarli due a due”. S. Gregorio Magno afferma che “Li manda a due a due per raccomandare la carità, perché meno che tra due non ci può essere la carità”. Quasi a ricordarci che la missione deve essere illuminata dalla testimonianza evangelica per eccellenza: l’amore fraterno.

La carità, la vita fraterna, la concordia, la stima vicendevole…tra i fratelli nella fede, sono già testimonianza del Vangelo. Non c’è nulla di più negativo, per l’annuncio della parola di Dio, quanto lo spettacolo di disaccordo, di rivalità, di invidia, di disamore tra i discepoli di Cristo. 

Realisticamente si deve riconoscere che tensioni, contrasti, pluralità di vedute hanno sempre accompagnato e accompagneranno il cammino della Chiesa nel tempo e nella storia. La carità è la risorsa, è l’antidoto che contrasta le inevitabili divisioni, opposizioni e ritrova sempre il modo di ricucire, di risanare, di ricomporre l’unità. Non si scoraggia mai. 

Gesù non entra nel merito del messaggio da annunciare, non consegna un trattato di teologia da studiare, non insegna agli apostoli ciò che devono predicare. Entra, invece, nei dettagli in merito agli atteggiamenti che essi devono assumere. Dice come dovranno presentarsi: senza pane, bisaccia, soldi, solo con un bastone, un paio di sandali e una tunica. Sembra, che per Gesù, la testimonianza della vita sia più importante della parola. Quello che Cristo raccomanda è la povertà, la quale è prima di tutto di distacco da se stessi, poi dai beni per affidarsi alla sola Provvidenza ed infine scelta del povero. Dice un padre della Chiesa: “chi non ama il povero, in realtà non sa amare nessuno, neanche se stesso”.

La missione si svolge in una atmosfera drammatica: il Vangelo viene rifiutato e i discepoli devono sopportare la contraddizione. Rifiuto e contraddizione fanno parte della sofferenza del discepolo. Ma non c’è da spaventarci, né da inquietarci. A noi è stato affidato un compito, non garantito il successo. L’unica gloria del discepolo è quella di rimanere fedele a Colui al quale ha affidato la sua vita: il Signore Gesù.

 

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