Filippo Davoli: ‘Tenerissimo Amore’ è abbandonarsi alla luce di Dio

A Filippo Davoli abbiamo chiesto le ragioni, per cui ha scritto ‘Tenerissimo Amore’

La copertina del volume
Foto: I&L
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“Mi cattura il tuo essere, Giuseppe. L’orma di terra, la consistenza d’uomo nei cui occhi si riflette la luce degli occhi del Bambino. Ricordo che bambino ti guardavo nella statua in cortile della scuola. Un’aiuola educata la cingeva, e una ringhiera bianca di granito. Alto svettavi tu, ma sorridendo verso noi, verso me. Ti riportavo, dopo, nei miei segreti pomeriggi. Tornasti tempo dopo, poco fa, nella matura età che fa più semplici i turbamenti, e aperti gli occhi all’Alto. Tu sempre padre, io sempre bambino. Eppure ormai fratello, nell’età”.

Questa poesia è dedicata a san Giuseppe ed è contenuta nel libro ‘Tenerissimo Amore’ del poeta maceratese Filippo Davoli, nella cui introduzione Riccardo Canaletti ha scritto: “Così Davoli si fa tramite della Parola, quindi di un Messaggio, un contenuto che cede alla Grazia e all’umano perché è nell’umano che si codifica, ma è dalla Grazia che origina. Tenerissimo amore è un’opera di sintesi del percorso di Davoli come poeta e come uomo, e – forse in entrambi i casi – come credente. Egli crede con giovanile euforia e adulta saggezza, così come crede nella poesia, lasciando spazio al farsi dopo l’impegno della scrittura, lasciando che tutto fiorisca, che tutto si compia per com’è e come deve. Che prenda il volo, tenerissimo amore”.

Ugualmente lo scrittore Daniele Mencarelli ha scritto del suo libro, che è ricerca di Cristo: “La poesia di Davoli, con questa raccolta, arriva a un punto verso il quale, da sempre, sembra tendere. Qui, in questo ‘Tenerissimo Amore’, Davoli assume su di sé il compito del testimone, di colui che, avendo visto, non può non dire. Un testimone che, scavando dentro personaggi ed episodi biblici, racconta della sua esperienza di ‘un uomo che si lascia penetrare dalla fede’, un uomo alla perenne ricerca di Cristo… Questo libro iniziatico, senza sfrangiature né cadute di tono, è anche un lascito, che offre un percorso verso un «risveglio dentro una speranza più grande» affinché il lettore, a cuore aperto, senta risuonare la grazia ricevuta da un poeta che vuole condividerla nuovamente, come atto d’amore «a favore della luce, ultima, definitiva”.

A Filippo Davoli abbiamo chiesto le ragioni, per cui ha scritto ‘Tenerissimo Amore’: “Stavo scrivendo questo libro da parecchio tempo. In mezzo ho pubblicato anche altro, ma questo mi attraeva particolarmente, anche se non lo sentivo ancora completo. E quindi continuavo a scriverlo. Intendiamoci: un libro di poesia non si scrive mai ‘programmaticamente’, per così dire. Non è che mi metto lì e, siccome decido che devo pubblicare una cosa, mi applico finché non mi viene da scriverla! Questa sarebbe una bestialità. Però è anche vero che nella vita ci sono delle sollecitazioni (dettate da tante cose, da tanti aspetti) che invitano a prendere una strada anziché un’altra. E che richiedono magari più tempo per arrivare a maturazione. ‘Tenerissimo Amore’ si è profilato così. La domanda, tuttavia, mi pare inevasa se non dico perché questo titolo: perché, a mio parere, chi si è imbattuto in un incontro esistenziale con Lui sa che forse è la chiave più idonea a definirlo, sempre che sia possibile definire Dio”.

Perché ha sentito l’esigenza di interpellare Cristo?

“In realtà è stato il contrario: è stato Lui a interpellare me. Dentro la vita. Sono cresciuto nelle sagrestie, e tuttavia vivevo come un ateo pratico. Avevo un enorme bagaglio dottrinale, ma poi nella quotidianità questa rispondenza non si vedeva da nessuna parte. Non mi salvava. Fino a quando, invece, sono stato interpellato da Lui, e la mia vita ha cominciato a cambiare. E’ stato proprio un incontro concreto, è questa la grande novità che porta il Cristianesimo. La possibilità di un incontro diretto, concreto e verificabile esistenzialmente. Prima, quando scrivevo anche belle poesie, tuttavia si coglieva un nichilismo disperante che era in totale controtendenza col Dio in cui credevo di credere. O meglio: ci credevo, ma non avevo fede. Non lo conoscevo personalmente. Il libro, quindi, è piuttosto un ‘canto di ritorno’, un atto di gratitudine, ed anche una necessità di canto. Come quando ti innamori: i primi giorni tieni il nome amato nel più stretto riserbo. Poi lo metti in ogni discorso che fai, perché hai bisogno di identificartici e, in qualche modo, di comunicarlo a chi conosci”.

In quale modo la poesia consente di dialogare con Cristo?

“Nello stesso modo in cui consente di mettersi a nudo, di indagare la realtà più profonda, ma anche di relazionarsi con un ‘tu’ interlocutorio. Non avverto differenze, tra il dialogo con un altro e quello con Lui. Non si tratta di essere particolarmente buoni o santi (io tra l’altro non lo sono affatto, né l’uno né l’altro). La Poesia insegna che, per essere scritta in maniera onesta, necessita di un ascolto: di sé, degli altri, delle cose, della vita, e dunque anche di Dio. Necessità anche di una preparazione, di un affinamento degli strumenti per poter essere detta come si conviene. Ma l’ascolto è prioritario. Altrimenti diviene facilmente un parlarsi addosso: un onanismo, anziché un atto d’amore”.

Perché oltre alla Bibbia il testo fa riferimento ai Padri della Chiesa?

“Perché il patrimonio delle testimonianze di questo tenerissimo amore è amplissimo. I Padri della Chiesa (tanto quelli occidentali che, forse ancora di più, quelli orientali) sono fari irrinunciabili nell’esegesi esistenziale, non soltanto critica, della Parola. Penso a Evagrio, ma anche a Silvano del Monte Athos, alla Filocalia, al Pellegrino russo… Nel libro avrei forse dovuto inserire una piccola nota finale, in cui motivare certi riferimenti che nascono proprio dalla frequentazione assidua della patristica. Visto che siamo già alla seconda ristampa, se arriveremo a una seconda edizione forse la inserirò. Alla fine, però, ho preferito che arrivasse la mia esperienza diretta, senza mediazioni esegetiche che avrebbero potuto favorire una comprensione intellettuale ma forse rallentare l’empatia”.

Quale è il messaggio che sottostà al testo?

“Non reputo si scriva poesia per lanciare un messaggio. In ‘Tenerissimo Amore’ (come nei libri precedenti, peraltro) non ho voluto dire nulla più di quello che ho scritto, testimoniando il mio incontro con Lui, ma anche la mia pochezza, le mie incredulità e crisi che pure ci sono. Però c’è quel Suo sguardo, quel Suo sapermi tornare a prendere coi fatti della vita (ed anche, è evidente, con la Parola e con la prossimità dei fratelli), che in me ha una forza seduttiva enorme e mi spinge puntualmente alla gratitudine. Ho sentito la necessità di compromettermi anche poeticamente con questo pilastro vivente che regola, in buona sostanza, tutta le mie giornate. Tutto qui”.

Quali sono i suoi poeti di riferimento?

“Fare nomi è complicatissimo, oltre che inevitabilmente riduttivo. A me ha insegnato tanto la lezione di Vittorio Sereni, per ciò che concerne la cura ossessiva del verso; ma come dimenticare Mario Luzi o Franco Loi, che è stato anche un amico carissimo e per me indimenticabile? Poi naturalmente ci sono i classici, Dante e Petrarca, Leopardi, Michelangelo (che non fu solo pittore e scultore, ma anche raffinato poeta); e gli stranieri: Spender, Walcott, Yeats, Milton, Jaime Gil de Biedma, la Achmatova, Rilke, Celan… insomma, non si finirebbe più”.

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