Gesù non è un lusso per l’uomo, ma una necessità. V Domenica di Pasqua

Cristo Risorto
Foto: Centro Aletti
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L’allegoria della vite e i tralci è una delle pagine più belle del Vangelo di Giovanni. Si propone di illustrare la relazione vitale esistente tra Cristo e i suoi discepoli e le conseguenze che ne derivano. La relazione che il Signore propone è qualcosa di molto diverso da quella che si instaura tra un maestro e i suoi alunni, tra un “sapiente” che educa ad una vita virtuosa i suoi adepti. Infatti, nessuno dei grandi maestri dell’antichità - Socrate, Budda – ha mai detto: Rimanete in me ed io in voi. 

Nell’Antico Testamento, la vigna è un’immagine che viene usata per designare il popolo di Israele. Chi opera questa comparazione è soprattutto il profeta Geremia (2.21; 5.10; 48.32; 49.9). Qualche volta la vigna è un simbolo di fecondità (Is. 27.2-6), più spesso è messa sotto accusa perché infedele alla sua vocazione, improduttiva, sterile e quindi deludente per Dio: Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica (Is 5.2). E Dio sconsolato e deluso esclama: che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? (Is. 5.4).

Anche Gesù si serve dell’immagine della vigna per raccontare il rifiuto del Messia da parte degli ebrei e la conseguente chiamata alla fede dei popoli pagani (cfr parabola dei vignaioli omicidi in Mc. 12.1-11).

Tuttavia, nella parabola che Gesù racconta troviamo elementi assolutamente originali, il più significativo dei quali è dato dall’affermazione: Io sono la vite vera. Si tratta di una dichiarazione che è una rivelazione circa l’identità di Gesù stesso e la sua missione.  

Nell’utilizzo dell’immagine della vite ed i tralci noi troviamo, infatti, una visione profondamente cristologica dell’esistenza umana. Ci si deve innestare in Lui, come tralci per portare frutto. Distaccati si resta inutili, ci si dissecca e si è gettati nel fuoco. Una fine che coincide con l’inutilità. La vite vera che è Cristo ha un valore di assolutezza ed esclusività: “Senza di me non potete fare nulla”. Cioè non potete essere nulla. Ogni uomo ha bisogno di Gesù Cristo per riuscire, per non dissipare la propria esistenza, per non essere venuto al mondo vanamente. Gesù non è un lusso per l’uomo, ma una necessità. Secondo S. Ambrogio, già Adamo era chiamato a stare con Cristo: il suo peccato è consistito nell’abbandonare Gesù. Afferma: Il Signore vuole che siano suoi tutti quelli che egli ha plasmato e creato. Voglia il cielo che tu, uomo, non fugga e non ti nasconda di tua iniziativa a Cristo. D’altronde, egli cerca anche i fuggitivi, non vuole che periscano nemmeno quelli che si nascondono.

Tra noi e Cristo è necessaria un’immanenza reciproca, senza la quale si è incapaci di portare frutto, si perde la propria identità individuale ed il senso ultimo della propria esistenza personale. Sant’Agostino lo sottolinea di fronte ad ogni presunzione: Chi crede di potere portare frutto da se stesso non è nella vite; chi non è nella vite non è in Cristo; chi non è in Cristo non è cristiano.

 

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