Gesù non è un Re venuto a garantire il benessere terreno. Solennità di Cristo Re

Il commento al Vangelo domenicale a cura di S. E. Monsignor Francesco Cavina

Cristo Re
Foto: pubblico dominio
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In questa ultima domenica dell’Anno Liturgico la Chiesa celebra la solennità di Cristo Re dell’Universo. I segni della regalità di Cristo appaiono difficili da individuare nel nostro mondo. Anzi la storia, più che rivelare, nasconde questa prerogativa del Signore. Per comprendere il significato di questa festa vengono in nostro soccorso i testi della santa Messa di oggi, in modo particolare il Prefazio. In esso il Regno di Cristo ci viene descritto come regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace.

La solennità che oggi celebriamo appare, dunque quasi una sintesi dell’intera opera di salvezza. Infatti, l’anno liturgico, dopo avere celebrato tutti i misteri della vita del Signore, presenta alla nostra riflessione il fine ultimo della sua nascita, morte e resurrezione: rivelare che Egli è il Re di tutta la creazione e delle nostre anime.

Al momento della nascita di Gesù gli angeli avevano annunciato: “Oggi nella città di Davide è nato il Salvatore, che è Cristo Signore”. Cristo, in effetti, verrà riconosciuto come “re dei Giudei” e sarà questo il motivo per cui viene condannato a morte, appeso alla croce tra due malfattori. E la gente si fa beffa di Lui. Uno così, come può essere il Re Salvatore inviato da Dio? A che cosa serve un re che non può salvare neppure se stesso? Da ogni parte gli viene rivolto questo invito, come un ritornello: “Se tu sei il Cristo, il re dei giudei salva te stesso! Mostra la tua potenza!”. La croce pone, dunque, un grande punto interrogativo su tutta l’opera di Gesù.

Agli insulti che gli vengono lanciati Gesù non risponde. Solo un malfattore dietro la debolezza di quell’uomo crocifisso scopre la potenza dell’amore; crede in Lui e lo prega: “Ricordati di me nel tuo regno!”. Con la sua preghiera non impone nulla a Gesù, gli chiede solo di non dimenticarlo. Esprime però la fiducia che Egli possa fare qualcosa per lui. Riconosce Gesù come Salvatore, come colui che salva non dalla morte, ma al di là della morte.

Cristo risponde al malfattore con un’affermazione solenne: “Oggi sarai con me in paradiso”. Gesù non solo non si dimenticherà di lui, ma lo rende sin d’ora suo compagno inseparabile. Il Signore entra in paradiso con un ladro! Si tratta di una scelta, oggi si direbbe, politicamente poco corretta. In realtà, Gesù vuole farci comprendere che Lui, con la sua morte, entrerà nella piena comunione con il Padre e sarà Lui a decidere chi merita di partecipare con Lui a tanta grazia.

La regalità di Cristo, dunque, capovolge la logica di potenza e forza che regge la potenza umana. Cristo non è un Re venuto a garantire il benessere terreno. Non ha voluto neppure salvare se stesso dalla morte in croce e non preserva dalla malattia e dalla morte nemmeno i suoi discepoli. Egli è venuto a salvare l’uomo dalla rovina in cui è caduto a causa del peccato e a ricondurlo a vivere nell’amicizia con Dio. Chi si avvicina a Cristo con questo desiderio, anche se malfattore, viene salvato, cioè entra a fare parte del suo Regno, perché ogni perdono dei peccati è orientato alla vita eterna con Dio.

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