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Giovanni Paolo II e gli Ebrei: un rapporto speciale, raccontato in una mostra

Mostra Mostra "Una benedizione reciproca" | Uno scorcio sulla mostra "Una benedizione reciproca", Braccio di Carlo Magno, Vaticano | cortesia organizzatori mostra "Una benedizione reciproca"

“Cristiani ed ebrei devono ritrovarsi.” Lo aveva scritto Giovanni Paolo II, correggendo il giornalista Gianfranco Svidercoschi, che stava dando alle stampe la “Lettera ad un amico ebreo,” e che aveva invece scritto “Cristiani ed ebrei devono riabbracciarsi.” Il libro racconta la storia dell’amicizia tra Karol Wojtyla e Jerzy Kluger, un cattolico e un ebreo, che si volevano bene da bambini, furono separati dalla guerra, si reincontrarono in Italia negli Anni del Concilio. Solo che questo cattolico sarebbe diventato Papa. Ed è la storia di questa amicizia che fa da filo rosso ad “Una Benedizione Reciproca,” una mostra tutta dedicata al rapporto tra Giovanni Paolo II e gli Ebrei, allestita in Vaticano, al Braccio di Carlo Magno, fino al 17 settembre.

Una mostra che è stata allestita già in America, a partire dal 2005, in 18 posti diversi. Sono state più di un milione le persone che la hanno visitata, e in tutte è nato l’interesse per questo rapporto speciale nato tra Giovanni Paolo e il popolo ebraico. Un rapporto che ha le sue radici in questa amicizia, profonda, che si sviluppò sui banchi di scuola, tra Jerzy Kluger e lui. Tra loro si chiamavano Jurek e Lolek, e hanno continuato a chiamarsi così fino alla fine.

C’era anche Jerzy Kluger tra i fedeli polacchi di Roma che salutavano il nuovo Papa nel 1978. E ovviamente fu chiamato a salutare personalmente il suo amico. I giornali titolarono che il primo saluto del nuovo Papa è all’amico ebreo. Non era esattamente così, ma contribuì a creare quel clima di amicizia che portò, nel 1986, alla prima storica visita di un Papa in una sinagoga.

“Ora vediamo le fotografie e ci sembra una cosa normale. Ma posso garantire che no, quell’abbraccio tra Giovanni Paolo II e il rabbino capo Elio Toaff di fronte alla sinagoga di Roma, non era una cosa normale. Era una cosa epocale. Si era passati dai teologi ai fatti,” ha raccontato il 28 luglio, alla presentazione della mostra, il rabbino capo della Comunità Ebraica Romana Riccardo Di Segni.

La mostra è divisa in quattro sezioni: il primo è dedicato all’infanzia di Karol Wojtyla a Wadowice, in Polonia, e va dal 1920 al 1938; il secondo capitolo va dal 1929 al 1945, e copre gli anni della guerra: in quel periodo, il giovane Wojtyla vede la sofferenza della popolazione ebraica, e matura la sua vocazione; la terza sezione della mostra riguarda gli anni che vanno dal 1946 al 1978, ed è tutta dedicata al ministero di Wojtyla, dalla sua ordinazione sacerdotale alla sua ordinazione a Papa; e poi, c’è tutto il pontificato, tutti i passi intrapresi da San Giovanni Paolo perché cattolici ed ebrei si ritrovassero.

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La mostra è allestita in modo che si possa “fisicamente” entrare nei posti. Vi si trova la storia della comunità ebraica di Wadowice, e si entra idealmente in una sinagoga in cui c’è una delle tante tute degli Ebrei deportati ad Auschwitz: tornando nella sua terra natale, San Giovanni Paolo II fu il primo Papa nel 1979 a rendere omaggio ai fratelli ebrei nei campi di sterminio.

E poi sarà il primo Papa ad entrare in una sinagoga nel 1986. Sarà il primo Papa a riconoscere lo Stato di Israele, nel 1993; il primo Papa a ricordare pubblicamente la Shoah in Vaticano nel 1994. E poi, sottolinea un banner nella mostra, il primo Papa ad aver ospitato e celebrato un amico di infanzia ebreo nella residenza pontificia.

Questo dell’amicizia è forse il vero tema portante della mostra. Dice William Madges: “Vorremmo dare enfasi alla speciale amicizia tra il futuro Papa e Jerzy Kruger, perché crediamo che questo rapporto, insieme all’educazione che il Santo Padre ha ricevuto dalla famiglia, abbia fatto nascere in lui un profondo rispetto per la comunità ebraica, rispetto che ha mantenuto per tutta la vita.” Aggiunge Madges: “Una volta che avrete appreso la storia della risposta di Karol alla donna che aveva espresso la sua contrarietà nel vedere che Jerzy Kluger, ebreo, era entrato in chiesa durante la Messa, allora non vi sorprenderete nel sapere ciò che il giovane Karol scelse di fare una volta diventato Papa.”

Non poteva esserci anniversario migliore per portare questa mostra a Roma. Cinquanta anni fa, il Concilio Vaticano II promulgava la dichiarazione Nostra Aetate, nata come una dichiarazione sui rapport con l’ebraismo e poi estesa a tutte le religioni, che segnò un momento importantissimo per il disgelo del dialogo interreligioso. Ma sono anche dieci anni dalla morte di Giovanni Paolo II. Al Papa santo il progetto fu presentato come un dono per il suo 85esimo compleanno. Morì poco prima.