Giovanni Paolo II e il pellegrinaggio mancato ad Ur che poteva scongiurare le guerre

Nel Grande Giubileo del 2000 al Papa fu impedito di iniziare il pellegrinaggio alle origini della storia della salvezza, un viaggio che avrebbe cambiato la situazione in Medio Oriente

San Giovanni Paolo II
Foto: fjp2.com
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Era il grande sogno per il Giubileo del 2000 per Giovanni Paolo II. Un pellegrinaggio nei luoghi della storia della salvezza a partire da Ur, la città di Abramo, e poi il Sinai, dove Dio diede a Mosè i comandamenti e strinse la sua alleanza con l’umanità, sul monte Nebo, dal quale lo stesso Mosè vide la terra promessa, e in Terra santa: Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. 

Ma ad Ur in Iraq Giovanni Paolo II non potè andare. A spiegare a fondo le motivazioni di quel viaggio mancato fu nel 2017 il cardinale Giovanni Battista Re in un articolo su l’ Osservatore Romano. 

Dieci anni prima nel 1990 l’Iraq aveva invaso militarmente il Kuwait, un coalizione internazionale su mandato delle Nazioni unite, guidata dagli Stati Uniti, liberò il Kuwait, ma si temeva che l’Iraq avesse un programma nucleare segreto e che possedesse armi chimiche e rifiutava controlli.  l’Organizzazione delle Nazioni Unite decretò nei riguardi dell’Iraq l’embargo, a causa del quale nessun aereo poteva raggiungere Baghdad.

Come andare ad Ur? Il Papa voleva che si approfondisse la questione, racconta Re. 

Il cardinale Roger Etchegaray, l’8 giugno 1998 incontrò a Bagdad dove era arrivato in macchina da Amman, il vice primo ministro Tareq Aziz, cristiano: “Al cardinale - scrive Re- fu detto che non si vedevano difficoltà per la visita e che il presidente Saddam Hussein avrebbe salutato volentieri il Papa in terra irachena. A sua volta Etchegaray aveva spiegato il senso che il Papa intendeva dare al pellegrinaggio a Ur dei Caldei, che avrebbe avuto un carattere religioso e di preghiera, senza la presenza di autorità civili”.

Intanto a New York il cardinale Sodano parlava della difficoltà dell’embargo e della no-fly-zone con il segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan: “La conclusione fu che, a suo tempo, sarebbe stato sufficiente comunicare ufficialmente a quell’organismo il programma del viaggio papale, esclusivamente a carattere religioso, precisando giorno, orari, voli e aeroporto (quello di Baghdad). L’embargo sarebbe stato sospeso per il pellegrinaggio del Pontefice e di quanti lo avrebbero accompagnato”.

Il viaggio sembrava possibile. “Giovanni Paolo II dispose di informare gli Stati Uniti del progetto, illustrando bene le finalità unicamente religiose del viaggio. In risposta Madeleine Albright, segretario di stato statunitense, inviò a Roma una delegazione di tre persone (Bruce Reidel, consigliere del presidente Clinton per le questioni di sicurezza, Ann Korky, del Dipartimento di stato, e Bruce Bork, del Servizio nazionale di intelligenza) per «informare la Santa Sede sulla situazione in Iraq» e fare presente le difficoltà che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna vedevano per il progetto del Papa”.

La paura degli Stati Uniti, guidati da Bill Clinton, era che la presenza del Papa avrebbe rafforzato Saddam Hussein. “Giovanni Paolo II, - scrive Re- che già prevedeva questa contrarietà degli Stati Uniti, rimase deciso ad andare avanti ugualmente, perché il viaggio era motivato da valide ragioni religiose in preparazione al giubileo del 2000”.

Il 29 giugno 1999 il Papa  pubblica la lettera “A quanti si dispongono a celebrare nella fede il Grande Giubileo”. E spiega la importanza di Ur: “Ad Abramo è legata la prima tappa del viaggio che coltivo nel desiderio. Mi piacerebbe infatti recarmi, se è volontà di Dio, ad Ur dei Caldei, l'attuale Tal al Muqayyar nel sud dell'Iraq, città in cui, secondo il racconto biblico, Abramo udì la parola del Signore che lo strappava alla sua terra, al suo popolo, in certo senso a se stesso, per farne lo strumento di un disegno di salvezza che abbracciava il futuro popolo dell'alleanza ed anzi tutti i popoli del mondo: « Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria, e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” » (Gn 12, 13). Con queste parole inizia il grande cammino del Popolo di Dio. Ad Abramo guardano non soltanto quanti vantano una discendenza fisica da lui, ma anche quanti - e sono innumerevoli - si sentono sua discendenza « spirituale », perché ne condividono la fede e l'abbandono senza riserve all'iniziativa salvifica dell’Onnipotente”.

Un gruppo di sette intellettuali iracheni con una lettera aperta criticò il documento pontificio, rilevando l’importanza di Abramo per l’islam e sottolineando che la visione di Abramo nel Corano, è diversa da quella del Papa. 

Il governo iniziò a ritardare la data per i sopralluoghi dell’organizzatore dei viaggi papali, il gesuita Roberto Tucci. Eppure si pensava ad una pellegrinaggio dal 1° al 3 dicembre1999.

Il 21 novembre, ricorda il cardinale Re, padre Tucci e i collaboratori furono ricevuti al ministero degli esteri. In attesa di risposta passarono giorni in cui si faceva sempre più evidente che Hussein aveva cambiato idea. 

Il 9 dicembre 1999 l’ambasciatore dell’Iraq presso la Santa Sede “comunicò verbalmente che nella «situazione anomala» in cui si trovava l’Iraq «il viaggio del Papa doveva essere rimandato a quando le circostanze lo avessero permesso»”.

Il cardinale Re non trova il perché il dittatore iracheno abbia cambiato idea. Propone solo delle domande: “Ebbe timore di non riuscire a controllare la situazione interna, a causa

della condizione di sofferenza della popolazione per le difficoltà economiche causate dall’embargo imposto dalle Nazioni unite? Temeva che quella visita del Papa in terra irachena lo avrebbe spinto poi ad accettare l’umiliazione della verifica da parte di ispettori dell’Onu sull’esistenza o meno di armi chimiche e di programmi nucleari segreti? Fu dissuaso da qualche capo religioso musulmano?”. 

Giovanni Paolo II ne prese dolorosamente atto. Decise di dedicare ad Abramo le udienze generali del 16 e 23 febbraio e di fare un viaggio virtuale. Una celebrazione liturgica dedicata ad Abramo nell’ Aula Paolo VI il 23 febbraio. “Sarà questa la prima tappa di quel pellegrinaggio ad alcuni luoghi legati alla storia della salvezza che proseguirò domani partendo per l’Egitto e per il Monte Sinai” disse Giovanni Paolo II.

La diretta tv e i maxischermi in Piazza San Pietro furono il modo del Papa di permettere a atutti di iniziare il pellegrinaggio con lui. 

“Prima - disse il Papa- che Mosè udisse sul monte Sinai le note parole di Jahvé: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù" , il Patriarca Abramo aveva già sentito queste altre parole: "Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei". Dobbiamo, pertanto, dirigerci col pensiero verso tale luogo importante nella storia del Popolo di Dio, per cercarvi i primordi dell'alleanza di Dio con l'uomo. Ecco perché, in quest'anno del Grande Giubileo, mentre risaliamo col cuore agli inizi dell'alleanza di Dio con l'umanità, il nostro sguardo si volge verso Abramo, verso il luogo dove egli avvertì la chiamata di Dio e ad essa rispose con l'obbedienza della fede. Insieme con noi, anche gli ebrei e i musulmani guardano alla figura di Abramo come ad un modello di incondizionata sottomissione al volere di Dio”.

Il cardinale Re nel suo articolo del 2017 osserva che il viaggio del Papa avrebbe forse evitato la guerra del 2003: “Un punto sembra certo: se tale infelice guerra non avesse avuto luogo, non avrebbero probabilmente avuto luogo le cosiddette primavere arabe con le conseguenze da esse portate, né l’attuale guerra in Siria che dura ormai da sei anni( nel 2017 ndr), né il sedicente Stato islamico, almeno per quanto riguarda le basi che esso riuscì ad avere in Iraq e in Siria. E di conseguenza neppure vi sarebbero oggi i numerosissimi profughi che fuggono dalla guerra verso l’Europa per sottrarsi alla morte. Né i migranti che, spinti dalla fame, cercano una prospettiva di futuro, mentre non pochi di essi, purtroppo, periscono tragicamente in mare, rendendo ancora più grave una emergenza che non sembra avere fine. È una pagina di storia che fa pensare”.

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