Gli "Angeli del ghetto" la storia di bimbo ebreo salvato da un lattaio

La famiglia Sonnino, Gabriele è il bambino a sinistra
Foto: Alessio Di Cinto/CNA
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Ha gli occhi brillanti Gabriele Sonnino mentre parliamo nel cortile del Fatebenefratelli, l’ospedale più antico di Roma che per qualche settimana lo ha ospitato durante la occupazione nazista di Roma. Non era malato. O meglio non di una male vero. La sua era, come quella di centinai di altri, la malattia di K, il morbo di K, una malattia immaginaria che il professor Giovanni Borromeo aveva usato per nascondere alcune famiglie di ebrei di Roma. Nell’ospedale, accuditi dai frati, le famiglie sono rimaste il tempo necessario per trovare poi altre sistemazioni.

Ed è per questo che proprio nel cortile dell’edificio ora c’è una targa che indica l’ospedale come “Casa della Vita”. Gabriele Sonnino ci è tornato con noi per raccontarci non solo i giorni del “morbo di K”, ma anche quello che è successo dopo.

“Il professor Borromeo si è inventato il morbo K. È stato veramente favoloso Tanti ebrei si sono salvati grazie a lui. Io sono stato ospitato con la mia famiglia, venivamo da una baracca della Magliana e qui abbiamo trovato ospitalità.

Sono stato qui con i miei per 3-4 settimane, ma poi abbiamo saputo che sarebbe arrivata una irruzione delle SS e non potevamo stare in centinaia di persone in una stanza.

Ma abbiamo trovato ospitalità da un portiere dietro piazza Costaguti. Un angelo. Siamo stati lì un po’ tempo grazie a Giuseppe Bernardini”.

E un giorno succede qualcosa di incredibile...

“Non posso dimenticare la giornata del 16 ottobre. Mia sorella aprì il portone per giocare in strada, eravamo due bambini di quattro e sei anni, spensierati. E così successe che un soldato tedesco prese per un braccio mia sorella. Io non capivo e mi misi a seguirli perché non lasciavo mai mia sorella, ma non mi rendevo conto di cosa succedeva. Arrivati al centro della Piazza vide tutta la scena il lattaio, Francesco Nardecchia. Incurante di tutto si precipitò fuori del negozio, strappò dalle mani del soldato mia sorella, e gli dette un ceffone, si sbottonò la camicia e fece vedere al soldato la croce che aveva al collo. Il soldato, spaesato, ha creduto che fossimo cattolici, ci ha lasciato andare. Il lattaio ci ha portato dentro la latteria, e poi passato il pericolo ci ha riportato dai nostri genitori nel portone di piazza Costaguti numero 14. E ci siamo salvati così grazie all’ospitalità che abbiamo avuto qui dai Fatebenefratelli, una cosa favolosa. E grazie a fra’ Maurizio, non lo posso dimenticare, mi voleva bene come un figlio, ero il “cocchetto”  suo. Non mi sono mai dimenticato di questa ospitalità, e  qui 41 anni fa è nato mio figlio”.

Ma poi la storia non finisce con la guerra?

“Tanti anni dopo entrò nel negozio dove lavoravo una signora, e mi chiese: mi riconosci?

Io non la ricordava e lei mi disse: forse conoscevi mio padre... Era la figlia di Francesco, il lattaio.

Allora gli ho raccontato tutta la storia, e lei non l’aveva mai saputa. Francesco non l’aveva raccontata. Poi però ci siamo persi di vista e solo dopo qualche anno grazie anche alla Comunità ebraica di Roma sono riuscito a ritrovarla, sono andata a trovarla.

Ma che ci fai qui? Ha detto lei. E io: sono venuto a trovarti. E ci siamo abbracciati. E poi anche con l’aiuto della figlia l’abbiamo portata di nuovo nei luoghi di quei giorni lontani, abbiamo fatto molte foto, abbiamo mangiato insieme. Ma lei si scherniva e non voleva altro clamore. Invece siamo riusciti a fare una targa a nome del padre e una medaglia, con una bella cerimonia con il Rabbino Capo Di Segni e la Comunità.  E’ eccezionale che ci siano questi ricordi meravigliosi dopo 70 anni. Una cosa eccezionale per la Comunità e per la città di Roma”.

Cosa significa per lei la targa  al Fatebenefratelli “ Casa della Vita”?

“ E’un segno per tanta gente e deve essere letta. Ho conosciuto il figlio del professor Borromeo, Pietro. In una conferenza in una scuola mi invitò a parlare, mi alzai in piedi e lui mi abbracciò forte e disse: io ho trovato un altro fratello salvato da mio padre! Sono episodi che lasciano ricordi meravigliosi che non si possono dimenticare. Ora Pietro non ce’è più, sarebbe stato bello scoprire questa targa insieme a lui. Ora siamo solo in due rimasti da quell’epoca. Io ho avuto il grande onore di scoprire quella targa sono tornato a quando avevo 4 anni. E mi sento fortunato a poter raccontare queste cose, perché purtroppo tanti non possono farlo”.

La cosa importante ora è custodire la memoria

“Io dico sempre che siamo stati fortunati, ma tanti altri bambini non sono stati fortunati. I primi ad essere uccisi erano loro. La cacci agli ebrei era in tutta Europa.

A Roma però sono stati tanti gli episodi belli. Ho fatto un DVD che si chiama “ Gli angeli del Ghetto” e l’ho distribuito tra le scuole, circa 250 copie. Per non dimenticare. E vorrei che Francesco Nardecchia diventasse “giusto tra le Nazioni” nella lista di Yad Vashem a Gerusalemme.

Ci sono stati episodi di tutti i generi belli e brutti”.

E ai giovani di oggi che vedono questi episodi come lontani cosa si deve dire?

“Che devono documentarsi su quello che è successo, su quello che è stato quel periodo. Questi massacri, queste guerre a che servono? Il bene trionfa sempre, il bene fatto da persone come Perlasca, come Giovanni Palatucci che è andato a morire a Dachau per salvare altra gente....ecco gli esempi. Come Salvo D’Acquisto, che si è immolato per salvare altre persone? Sono gesti che i ragazzi devono avere nella mente, perché purtroppo nelle scuole di molte vicende della Seconda Guerra Mondiale non si parla.

E purtroppo oggi in Europa c’è ancora un antisemistimo “ che non finisce più”.

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