I concordati della Santa Sede, dalla Ostpolitk al dialogo con l' Islam

Un dettaglio della locandina dell'evento
Foto: PUG
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Nell’anno in cui si ricordano i 90 anni dei Patti Lateranensi, forse il concordato più famoso dopo quello di Worms del 1122, il primo della storia della Santa Sede, un convengo di studio di due giorni promosso dalla Pontificia Università gregoriana e dell’ E’cole Française di Roma mette in luce la politica concordataria del Vaticano dal XIX al XXI secolo.

Un evento che è stato inaugurato dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin con un prolusione che ha toccato tutti le tematiche fondamentali, a partire dalla questione della religione di stato, fino alla libertà religiosa con lo sguardo alle grandi questioni giuridiche e canonistiche che sono premessa della politica concordataria della Santa Sede.

Oltre a temi specifici su concordati di alcune zone del mondo, una delle grandi questioni è quella educativa. E nel convegno si parla anche dei recenti accordi italiani per il riconoscimento dei titoli di studio pontifici.

Interessante in vista del viaggio del Papa in Marocco, la analisi di Antony O’Mahony professore di Oxford che ha ricordato come gli accordi della Santa Sede con Israele e Palestina abbiano un modello nello scambio di lettere tra il re del Marocco Hassan II e Papa Giovanni Paolo II del 30 dicembre 1983 e del 5 febbraio 1984.

Una pagina di storia da esplorare come il primo incontro significativo tra uno stato musulmano e la Santa Sede con la visita fatta da Hassan II a Giovanni Paolo II a Roma il 2 aprile 1980. Il sovrano del Marocco era anche presidente del comitato Al-Qods

istituito alla X Conferenza Islamica di Fez. E nel discorso Giovanni Paolo II mise in luce il significato di dialogo interreligioso che aveva la visita.

I concordati con i paesi a minoranza cristiana quindi si basano su un'idea di convivenza basata sulla nozione del condividere lo spazio sociale e politico nella prospettiva di Gerusalemme come modello per le relazioni interreligiose e libertà religiosa, secondo lo studioso.

Ma ancora più interessante per la storia europea è lo studio del professor András Fejerdy dell’ Istituto di Storia Ungherese e Accademia delle Scienze che ha ripercorso il senso della Ostpolitik vaticana del secolo scorso.

Una politica che ha suscitato valutazioni contrapposte, ma che è stata certamente basata sull’idea di dialogo per migliorare la situazione dei cattolici sottoposti al potere dei comunisti.

Una prassi politica diversa dal quella concordataria dell‘800. Soprattutto con un diverso approccio iniziato con Giovanni XXIII “aveva un ruolo fondamentale il fatto che i suoi toni, differenti da quelli del suo predecessore, erano di approccio pastorale che evitavano le formule di condanna e così hanno reso più evidente l’imparzialità della Santa Sede al di sopra dei blocchi politici, ma anche l’opinione pubblica e il clima internazionale si sono spostati verso sinistra” spiega Fejerdy, che aggiunge che l’apertura vaticana “non avrebbe portato comunque dei risultati se allo stesso tempo non ci fosse stata anche dall’altra parte disponibilità al dialogo e all’accordo”.

Non dei veri concordati quindi, semmai degli “accordi tra gentiluomini” quelli della Santa Sede con paesi come Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia per difendere i cattolici, inoltre “La Santa Sede con le trattative e gli accordi è riuscita comunque a ottenere risultati relativamente modesti. Il risultato più significativo di questi era che i governi comunisti in maniera implicita hanno riconosciuto la competenza di Roma negli affari interni della chiesa”. Accordi che sono ovviamente decaduti con i cambi di regime.

Uno spazio particolare lo ha avuto il Concilio Vaticano II che è stato occasione per gli stati dell’ Est di avere informazioni da Roma, e dava potere alle Chiese locali facendo così immaginare nuove prassi di accordo. Conclude Fejerdy: “Benché nel periodo postconciliare, in seguito alla dottrina formulata nella dichiarazione Dignitatis humanae ricevesse sempre maggior accento la rivendicazione della libertas religionis, è stato Papa Giovanni Paolo II, proveniente dal blocco socialista a capire: alla politica ecclesiastica socialista che mirava a introdurre un monopolio della visione materialista del mondo conveniva opporre il criterio della libertà di religione fondata sulla dignità dell’uomo”.

I testi delle relazioni verranno inseriti nelle pubblicazioni ufficiali delle due istituzioni promotrici.

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