I marmi della basilica di San Paolo dopo l'incendio del 1823, da ruderi a reliquie

Le rovine della basilica di San Paolo dopo l'incendio
Foto: pd
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E’ una notta estiva del 1823, il 15 luglio, quella che porta distruzione a Roma. La Basilica di San Paolo all’ Ostiense brucia in un rogo che la distrugge. Roma ne viene violentemente segnata. San Paolo era rimasta sostanzialmente la stessa da quando era stata costruita, le sue colonne, una selva di magnifiche colonne sono spolia dei monumenti dell’antica Roma, e saldavano la memoria della città pagana con l’anima della capitale del cattolicesimo.

Ad affrontare la rinascita di San Paolo viene chiamato Leone XII eletto Papa circa due mesi dopo l’incendio. Con decisione assume l’impegno della ricostruzione come prioritario del suo pontificato. Un argomento che viene illustrato da  laria Fiumi Sermattei nel volume “Antico, conservazione e restauro a Roma nell’età di leone XII” edito tra i Quaderni regionali delle Marche.

La storica ripercorre il dibattito che infiammò Roma e che portò alla scelta della ricostruzione piuttosto che alle proposte innovative di Giuseppe Valadier: l’edificio sarebbe risorto dove e come era.

A volere il ripristino della basilica come era prima era anche i principi cattolici chiamati a contribuirvi come racconta Carlo Fea.

La fabbrica sarà un modello esemplare per l’architettura sacra europea del XIX secolo. Uno dei personaggi centrali per le decisioni del Papa è Angelo Uggeri segretario della Commissione per la riedificazione della basilica ostiense.

L’intezione del Papa è “conservare e riparare” con una attenzione speciale ai marmi antichi.

Arrivano alcuni progetti che sono riflessi della cultura antiquaria e di quel culto delle rovine affermatosi a cavallo dei due secoli.  “Inutilmente Valadier,- scrive Fiumi Sermattei - opponendosi a Fea, ammonisce di non confondere  “il merito intrinseco del santuario considerato sotto il rapporto della religione, colla bellezza estrinseca delle arti” e che “la ricca costruzione si confonde col bello dai non esperti, perché non sanno distinguere il bello dal ricco...perché...quando si ragiona in arte non bisogna confondere il misterioso, il santuario colli materiali”.

E’ il dibattito, assai moderno e contemporaneo e mai risolto- tra archeologi e architetti.

Una delle curiosità che trovano sostegno nel Papa stesso è quella di usare il marmo residuo per una “impellicciatura delle colonne antiche di San Paolo”. L’idea è di formare le quaranta colonne della navata “impellicciando col marmo frigio o pavonazzetto l’anima o di travertino o di peperino o di marmo calcare di mediocre qualità”. E perfino Valadier ha una idea simile cercando di salvare le colonne sopravvissute però.

Alla fine nel 1826 l’Accademia di San Luca scarta l’idea della impellicciatura, ne usicrebbe un lavoro poco decoroso.

Ma il dibattito non si ferma e la Roma dell’‘800 in bilico tra innovazione e antichità recupera personaggi come Francesco Sibilio, un esperto di marmi, un “petrajo” come si diceva allora,  che aveva  formato per il ricchissimo Nikolaj Nikitič Demidoff, allora residente a Firenze, le colonne impellicciate in malachite. 

Leone XII non si rassegna alla opinione degli accademici e incarica il segretario di Stato, cardinale Giulio Maria Della Somaglia, di studiare “una conciliazione d’ambo i partiti”.

Papa Leone è convinto della idea della impiallaciatura e nell’agosto 1826 la nuova “Proposta di alternare le colonne della nave grande della Basilica di San Paolo” viene sottoposto all’ Accademia di San Luca. “Le motivazioni che spingono Leone XII ad appoggiare il progetto di reimpiego- scrive Fiumi Sermattei-  sono basate su valori simbolici, ideologici e di gusto. La proposta rientra nella tradizione romana del reimpiego, per la quale ‘ogn'altra cosa gentilesca, purificata prima coi sacri riti, lodevolmente è stata impiegata nel culto del vero Dio, e delle sue chiese’. Come aveva affermato Giovanni Marangoni”.

I marmi, i materiali diventano reliquie quindi, da custodire e per preservare la memoria dell’antico edificio anche attraverso i suoi materiali originari.

Marmi che divennero tesori per collezionisti. Come  dimostra il marchese Giovanni Niccolò Crosa di Vergagni, incaricato d’affari della corte di Torino a Roma, che nel gennaio 1826 chiede alcuni frammenti per il proprio sovrano, Carlo Felice di Savoia”.

L’idea è quella di fare una colonna onoraria per farne dono al sovrano sabaudo: realizzata con i marmi superstiti dall’incendio la colonna è sormontata da una statua di San Paolo ideata da Thorvaldsen e fusa con gli altri ornamenti in bronzo dorato dalla bottega degli Spagna.

E del resto la spoliazione per avere delle reliquie è iniziata mentre ancora la cenere dell’incendio è calda. Uggeri racconta come, appena spento il fuoco  […] corsa la fama di quel disastro, tale e tanta fu la smania di avere di quel metallo, supposto metallo di Corinto [della porta bizantina dell’XI secolo] per cui fra le ceneri si ricercavano con avidità gli avanzi”.

Nascono reliquiari con un catalogo dei materiali usati, oggetti  facilmente realizzabili da quegli abili artigiani, pietrai e scalpellini, le cui botteghe erano frequentate dai forestieri desiderosi di riportare a casa raffinati souvenir delle antichità di Roma.

La cultura dell’antico nella Roma ottocentesca oscilla tra conservazione antiquaria e ispirazione e nel caso delle colonne di san Paolo, si scelse alla fine di farne di nuove lasciandone alcune solo come “reliquia” nel transetto. E addirittura  ai marmi viene dato un compito di rievangelizzazione dell’Europa, approfittando della passione collezionistica dei destinatari e della passione per i reliquiari dell’incendio che  diventano così essi stessi reliquie, “come quelle che contemporaneamente sono recuperate nelle catacombe romane e inviate in dono per creare un legame anche fisico della Chiesa e del pontefice con i paesi d’oltralpe” ,  conclude Ilaria Fiumi Sermattei.

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