I reati compiuti dai minori si combattono con il "vangelo di strada" e l'ascolto

Un colloquio con don Cluadio Burgi cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano

Dal Claudio Burgio al Meeting di Rimini
Foto: Meeting di Rimini
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Chi sono i giovani? Ma soprattutto esistono giovani ‘cattivi’? Domande che sorgono dopo aver ascoltato don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, che racconta la ‘fatica’ dei giovani a vivere, perché gli adulti basano tutto sull’emergenza educativa: “In effetti se si risalgono a memoria gli ultimi decenni è difficile ricordare un momento in cui gli adulti non dicessero che c’era un’emergenza educativa. D’altra parte però vorrei ribaltare il concetto. Emergenza significa letteralmente far emergere: in particolare ciò che non sappiamo o non vogliamo vedere. Il passaggio da una generazione all’altra hanno sempre comportato una crisi. Ma ogni crisi è anche inizio di speranza”.

Negli ultimi mesi sono aumentati i reati compiuti da minori: perché?

“I reati sono espressione di una rabbia generazionale che sta emergendo in tutta la sua evidenza. Da una parte, c’è una sorta di ricerca di adrenalina che non riescono a trovare in altre situazioni, dall’altra c’è una mancanza di senso di fondo su cui mi interrogo spesso. Questi ragazzi vogliono produrre un’immagine di sé grandiosa, vogliono avere i soldi, il potere, essere visti. Ma sono analfabeti dal punto di vista emotivo, perché nessuno li ha mai educati all’empatia, non sono mai stati accompagnati nel vivere il dolore, il loro e quello degli altri. E non mi riferisco solo ai ragazzi di periferia o di seconda generazione, ma anche ai ragazzi di buona famiglia”.

Come riesce a recuperare questi ragazzi distrutti da una vita di fallimenti sociali e familiari?

“Non so se li recupero, ma li educo. Educare non c’entra nulla con il ‘successo’, una categoria mondana che non ha nulla a che fare con il mio termine di paragone: il Vangelo. A Gesù hanno voltato le spalle in tanti e anche i suoi lo hanno tradito. Sempre guardando a Lui so che non sarò valutato su quanti ne ho ‘recuperati’, ma su quanta vita avrò dato lì dove sono chiamato. L’educazione non è nient’altro che questo: consegna di sé”.

La Chiesa come si rapporta con i giovani?

“La Chiesa deve tornare ad essere più presente nelle strade e nelle situazioni di disagio, perché essa non può accontentarli con certi ‘strumenti’ pastorali, che hanno fatto un gran bene, non a portata loro. Oggi questi ‘strumenti’ evidentemente non bastano; quindi dobbiamo riscoprire come essere presenti e con quali ‘strumenti’. Per stare con i giovani la Chiesa deve avere molto coraggio per tornare a vivere il Vangelo sulla strada”. 

‘Se educare è un mestiere per tutti’ perché tanti adulti non sanno più farlo?

“Per tre motivi: siamo individualisti, siamo autoreferenziali e abbiamo paura della morte. Uso il plurale perché innanzitutto è così nella Chiesa. E’ così per tanti preti. Quanti genitori adolescenti con il terrore di invecchiare incontro nell’esperienza del Beccaria! Questo fenomeno è il frutto del tabù per cui nessuno insegna più che la vita è un passaggio in funzione dell’eternità. A partire da noi preti, che non predichiamo queste verità. I genitori sono poi più preoccupati di piacere che di amare, quindi fanno gli amici e non sanno dire ‘no’. Eppure i ragazzi mi confessano che di amici ne hanno già e che vorrebbero che mamma e papà si comportassero da adulti”. 

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