Il Beato Odorico da Pordenone, un frate francescano nella Cina del ‘300

Il racconto del suo viaggio nella “Relatio de mirabilibus orientalium Tartarorum”

Odorico da Pordenone
Foto: ilpopolopordenone.it
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“Benché molti raccontino numerose notizie sugli usi e costumi di questa epoca, si deve sapere che volendo andare nei paesi degli infedeli che sono oltremare, per guadagnare qualche frutto a vantaggio delle anime, vidi e ascoltai cose grandi e meravigliose che ora posso raccontare veracemente”, parole che sembrano tratte dall’incipit di un romanzo di avventure o da qualche chanson de geste di un “cavalier senza macchia e paura”; invece, sono parole del racconto di viaggio di un umile e semplice frate francescano dell’Ordine dei Minori, il Beato Odorico da Pordenone: quelle pagine costituiranno la Relatio de mirabilibus orientalium Tartarorum, una delle prime descrizioni medievali dell’Estremo Oriente.

Il racconto viene dettato da Oderico al confratello  Guglielmo da Solagna, nel convento padovano di Sant’Antonio: “Fra’ Guglielmo da Solagna ha messo per iscritto fedelmente quanto Fra’ Odorico ha narrato con la propria bocca, nell’anno del Signore 1330, nel mese di maggio (....). Non si è preoccupato di scrivere in un latino difficile, ricercato ed elegante, ma come quello raccontava, così questi scriveva, in modo che tutti potessero più facilmente comprendere le cose che venivano dette”.

Per comprendere però come il racconto di questo “fantasmagorico” viaggio del beato Odorico si inserisca nelle pieghe storiche del Medioevo, è necessaria una precisazione storico-politico della situazione della Chiesa dell’epoca: la Curia pontificia, a quel tempo, si trovava ad Avignone, ed era particolarmente interessata a tessere rapporti col mondo orientale a seguito delle invasioni tartare (fine del ‘200 e inizi del ‘300) che arrivarono persino ai confini dell’odierna regione del Friuli, la stessa terra d’origine del frate francescano. In questa preoccupante situazione geopolitica era, dunque, necessario un contatto diplomatico con l’Oriente per contrastare le invasioni. E’ l’epoca in cui vengono affidate molte missioni “esplorative” ai due ordini religiosi più attivi del tempo: quello dei Frati Minori Francescani e quello dei Frati Predicatori (i Domenicani), con l’intento di raccogliere informazioni per stabilire eventuali contatti diplomatici. Il viaggio di frate Odorico era stato anticipato già da due missioni: una, di frate Giovanni da Pian di Carpine, del 1245-47, raccontata nel libro Historia Mongalorum; l’altra, del 1253, di frate Guglielmo da Rubruck, descritta nel suo Itinerarium-Viaggio in Mongolia.

E’ in questa affascinante e particolare “letteratura da viaggio” che si inserisce il testo del Beato Odorico da Pordenone che, in compagnia di fra Giacomo d’Irlanda, partirà - nel 1318 - dal porto di Venezia alla volta delle lontante terre della Cina, giungendo prima a Tresibonda, sul Mar Nero per poi,  attraverso la via persiana, arrivare fino in India; da questa terra proseguirà per mare fino a raggiungere il porto di Canton, la più grande città costiera del sud della Cina; da qui, giungerà nella “nobile città, molto vecchia e antica” - così la descrive la Relatio de mirabilibus orientalium Tartarorum - di Khanbaliq (l’odierna Pechino), sede imperiale e dell’arcivescovo francescano Giovanni da Montecorvino. In questa città rimarrà per ben tre anni; dopo questi, il ritorno a Venezia tra il 1329 e il 1330: un lungo viaggio della durata di ben dodici anni e di circa 50.000 chilometri percorsi.

Di tutti i luoghi visitati, il frate francescano, offre una descrizione generale; in questo testo, infatti, è possibile trovare quelle che potrebbero definirsi delle vere e proprie “notizie etnografiche”. Dei popoli incontrati, Odorico, cerca soprattutto di registrare la loro ricchezza, la vivacità dei costumi, segnalando le abitudini degli abitanti e la loro religione; risultano affascinanti, ad esempio, le notizie riguardo le isole dell'arcipelago malese e le inedite descrizioni della Cina: sarà, infatti, Odorico a essere il primo a descrivere i piedi rimpiccioliti, avvolti nelle fasce, delle donne cinesi; delle unghie smodatamente lunghe delle persone - appartenenti al ceto nobile - di quella lontana terra.

La Relatio ha conosciuto un’ampia fortuna letteraria: basterebbe pensare che oltre ai circa cento testimoni manoscritti dell’opera, è possibile annoverare anche numerosi testi in volgare risalenti al periodo immediatamente successivo alla data della sua prima stesura; tra questi, si possono annoverare oltre a molti testi in italiano volgare, due traduzioni francesi, una in lingua tedesca e una in castigliano, fino a giungere - ai giorni d’oggi - ad un’edizione inglese e addirittura una in lingua ceca.

Bisogna tuttavia ricordare che l’intento della stesura del racconto non era quello di produrre un testo letterario poiché la Relatio - appunto, “relazione” - doveva servire alla Curia pontificia per conoscere meglio quel territorio così lontano; una relazione che il Beato Odorico da Pordenone non riuscirà mai a consegnare nelle mani di Papa Giovanni XXII, il pontefice di Avignone. In merito al viaggio verso la cittadina francese - da Pisa avrebbe dovuto sbarcare a Marsiglia per poi dirigersi verso la sede del Papa - vi è un curioso episodio descritto nelle cronache riguardanti la fama sanctitatis del frate francescano: “Nell’anno del Signore 1331, mentre frate Odorico si apprestava a concludere il viaggio della sua peregrinazione, decise innanzitutto di presentarsi al Sommo Pontefice Giovanni XXII per chiedergli la sua benedizione e il permesso di trasferirsi nelle regioni degli infedeli. A non molta distanza dalla città di Pisa, lungo la strada gli venne incontro un vecchio, vestito con l’abito del pellegrino, il quale lo chiamò per nome e lo salutò dicendo “Salve, fra’ Odorico”. E poiché il frate gli domandò come mai lo conoscesse, quello rispose: “Quando eri in India ti ho conosciuto e seppi del tuo santo proposito. Ma tu ora ritorna al convento da cui sei partito, perché tra dieci giorni lascerai questo mondo”. Così avvenne: dopo dieci giorni, il frate morì. Era il 14 gennaio 1331.

 

 

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