Il cardinale di Stoccolma Arborelius: solo le Chiese rimangono al fianco dei rifugiati

La conferenza episcopale nordica dal Papa
Foto: Vatican Media/ Aci Group
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“Abbiamo avuto un dialogo molto profondo con il Santo Padre che si interessa molto della situazione in Scandinavia, in particolare si è parlato di migrazioni, ecumenismo e secolarizzazione”. Così il cardinale Anders Arborelius vescovo di Stoccolma, unica diocesi cattolica svedese, sintetizza il colloquio con il Papa per la visita ad Limina dei vescovi scandinavi che si è appena conclusa. 

Un tema caro al Papa quello della migrazioni che oggi anche in Svezia cambia i termini del dibattio: “ Le nostre Chiese sono Chiese di migranti - dice Arborelius- e ora la politica è cambiata in molti paesi, anche in Svezia. La maggioranza dei partiti ora ha un visione diversa e non vuole ammettere tanti rifugiati e migranti. Come in tutta Europa c’è un cambio di mentalità.

In Svezia l’immigrazione cresce ancora, molti arrivano dall’ Ucraina e dalla Polonia e ovviamente dalla Siria e dall’ Eritrea. E’ il compito della Chiesa è sempre quello di trovarli, aiutarli, integrarli e farli sentire parte della Chiesa locale. In Svezia tutte le Chiese sono a favore dei migranti, ma nella politica c’è una certa opposizione,  é un lavoro che si fa con tutte le Chiese”.

Cresce anche il numero dei cattolici svedesi?

“C’è anche un certo numero di conversioni di svedesi al cattolicesimo ma non è un numero molto grande. Spesso si tratta di intellettuali che hanno influsso nella società, anche diversi pastori luterani. E molti vengono anche dalle Comunità pentescotali. Si può dire che l’ecumenismo porta conversioni. Molti si interessano alla Chiesa cattolica e poi conoscendola decidono di essere cattolici. Ma ci sono anche gli immigrati dell’ America Latina e dell’ Africa che sono cattolici, ma passano alla comunità neopentecostali proprio come avviene nei loro paesi di origine.

In tanti paesi vediamo questo movimento con i pentecostali e ne abbiamo parlato con il Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani”.

Quali sono le sfide per il dialogo ecumenico?

“Ci sono nuove sfide nel dialogo sui temi etici e morali, sono una nuova difficoltà. Certo a livello umano e personale i rapporti sono molto buoni e si lavora insieme nel campo sociale e nella spiritualità. L’ecumenismo funziona bene per i temi sociali e spirituali. Ovviamente ci sono le questioni dogmatiche. Sull’etica c’è la questione del matrimonio omosessuale e l’aborto soprattutto.

La questione dell’intercomunione da noi è poco sentita, c’è ovviamente qualche protestante che vuole la comunione, ma ovviamente questo è proprio parte del “dramma” del non essere uniti”.

Con quali compiti tornate a casa?

“Sentiamo tutti il bisogno di una nuova evangelizzazione e nei nostri paesi che sono stati secolarizzati per tanto tempo c’è ora un nuovo interesse per la religiosità, questo significa che è un tempo molto adatto per evangelizzare con più impegno. E cerchiamo di essere sempre più presenti nei media”.

Lei come cardinale ha avuto più spazio nel dibattito pubblico...

“Si all’inizio ero un po’ spaventato di tutto questo interesse, ma è certo un fatto positivo, la Chiesa ha una voce anche nel mondo laico e c’è un nuovo interesse, ma anche coloro che   erano contrari alla religione in assoluto, ci sono partiti che vogliono abolire le scuole confessionali, comunque ne parlano. La religione è diventata un tema di cui si parla, è uscita dall’indifferenza”.

Svezia, Finlandia, Danimarca, ma anche Norvegia e Islanda.

Nel paese dei ghiacci è vescovo un cappuccino David Tencer.

“ I cattolici sono il 4 per cento della popolazione, 13.500 persone su circa 350 mila abitanti, e di circa 100 nazioni- spiega- Ci sono sempre più islandesi, i bambini che sono nati in Islanda anche se da genitori immigrati, da matrimoni misti, crescono in Islanda e così la loro cultura, e il loro paese, la loro lingua sono islandesi.

Il Papa voleva conoscere la vita della Chiesa e mi ha colpito che ha chiesto di pregare per lui, e lo ha detto con tanta naturalezza”.

Quali sono le sfide ?

“La nostra sfida è quella di rendere sempre più strutturata e stabile le vita della Chiesa locale. Era una Chiesa molto piccola che è cresciuta, ma con tante culture diverse e allora si deve stabilire uno stile di vita che sia “cattolico” un modo per le diverse culture di vivere insieme.

Per l’ecumenismo soprattutto sono buoni i rapporti personali e del resto è un bene iniziare con questi rapporti prima di arrivare a delle iniziative comuni formali. Se mancassero i rapporti personali non si arriverebbe mai a nulla.

Stiamo lavorando per le vocazioni per avere una Chiesa locale. Anche da noi arrivano i migranti ma in numero molto ridotto. Noi ammiriamo voi italiani che siete bravi ad accogliere tante persone, avete fatto tutto il possibile. non non abbiamo tante richieste e quindi è più facile”.

In Norvegia c’è anche la diocesi più a nord del mondo, sopra il Circolo Polare Artico, Tromsø , il vescovo è il croato Berislav Grgić.

“Anche in Norvegia il numero dei cattolici cresce, negli ultimi 10 anni il numero è raddoppiato soprattutto da quando Polonia e stati Baltici sono entrati in Europa e molti polacchi sono arrivati per lavorare. Norvegia e Islanda hanno un accordo con la Germania per cui tutti quelli che possono essere accolti in Germania possono anche arrivare in Norvegia con le stesse norme dell’ UE.

Ci sono due categorie di migranti, coloro che lavorano con il petrolio, e poi i profughi e rifugiati in maggior parte dall’ Africa e ora dalla Siria.

Ne abbiamo parlato con il Papa, molti sono cattolici ma molti sono delle Chiese orientali  e non ci sono in Norvegia preti del loro rito e quindi ce ne occupiamo noi, come i caldei”.

Quali le sfide per la Chiesa in Norvegia?

“La sfida più grande è quella delle distanze, io ho un territorio enorme con 7 parrocchie e 11 sacerdoti e la parrocchia più vicina a me è a 240 km, una 700 km al sud e una a 800 al Nord. I fedeli spesso sono a 200 km dalla chiesa. Ma è anche vero che spesso dalla Chiesa luterana ci aiutano e ci chiamano quando si accorgono che alcuni rifugiati sono cattolici, o indicano la parrocchia cattolica.

Con i luterani abbiamo rapporti molto buoni e possiamo usare anche le loro strutture nei luoghi dove non ci sono parrocchie cattoliche, ma ci sono i neopentecostali che cercano di intercettare i migrati sopratutto dall’America del Sud e dall’Africa che arrivano e non  capiscono subito la differenza. E come in America Latina ed Africa danno soldi con facilità.

Invece i luterani norvegesi sono molto collaborativi con noi. Ci sono poi molte filippine sposati con Norvegesi, battezzati nella Chiesa cattolica ma che poi al momento della cresima scelgono altre comunità perché magari sono in una scuola pentecostale, e questa è una sfida”.

Che indicazioni vi ha dato il Papa?

“Il Papa ha detto di accompagnare, ascoltare essere al loro servizio, e questo fanno i nostri sacerdoti, ma rimane la sfida delle distanze. Ho detto al Papa che chi era un buon cattolico a casa ritrovano la strada della Chiesa, ci invece non era praticante si perde.

Nella mia zona oltre il Circolo Polare e a causa della notte polare quando i profughi ricevano il permesso di soggiorno lasciano la zona e scendono a sud verso Oslo.

Sono stato cappellano per i croati per 11 anni, e poi sono stato in Germania, ma Benedetto XVI mi ha chiesto di tornare perché conoscevo questa realtà e non potevo dire di no”.

Con i vescovi dal Papa anche la Segretaria Generale della Conferenza episcopale Nordica Sr Anna Mirijam Kaschner. Un caso raro ma non unico, una sua consorella ha lo stesso ruolo in SudAfrica.

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