Il cardinale Sandri e l'icona del Patriarcato di Mosca dono di Giovanni Paolo II al PIO

Alcuni momenti della celebrazione
Foto: PIO
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Una divina liturgia presieduta dal Vescovo Eparchiale di Lungro, Donato Oliverio, e la presenza della comunità arbëreschë, italo-albanese è stata la apertura dell’ Anno accademico del Pontificio Istituto Orientale lo scorso 26 ottobre. E il Gran Cancelliere, il cardinale Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali nella sua prolusione ha detto che il cammino storico di quelle comunità è come una “profezia di quello di molti nostri fratelli e sorelle dei giorni nostri, che partono dall’Europa Orientale, dal Medio Oriente ma anche dall’India per trovare una nuova casa e un nuovo futuro, senza smarrire il proprio volto o dimenticare le proprie radici”.

La speranza della pace in Medio Oriente rende più forte l’impegno e la missione dell’Orientale e dei giovani “chiamati, mettendosi in ascolto della saggezza delle rispettive tradizioni di provenienza, a coltivare il sogno di Dio per la propria Chiesa di origine”. Il cardinale ha ricordato che con Paolo VI, il 2 luglio 1963 fu istituita la Sezione di Diritto Canonico Orientale, che tanto ha contribuito all’iter di redazione del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, e la la visita in Terra Santa di quel Pontefice, l’incontro con il Patriarca Atenagora, il baciare i piedi del Metropolita di Calcedonia Melitone,  e il dono del proprio anello all’Arcivescovo di Canterbury Ramsay.

Il cardinale ha ricordato i martiri delle Chiese d’Oriente dal sacerdote caldeo padre Ragheed Ghanny, ai fratelli copti sgozzati sulle rive del Mar Mediterraneo, e già canonizzati da Sua Santità Papa Tawadros.

Ricordando Giovanni Paolo II il cardinale ha parlato della sua visita al Pontificio Istituto Orientale, “con un memorabile discorso che giustamente avete posto tra i testi decisivi per comprendere la vita e la missione del PIO. In quella visita – si celebravano i 75 anni di questo Istituto - erano presenti diversi ospiti, tra i quali il Cardinale Pio Laghi, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, oltre al Segretario di Stato Card. Angelo Sodano e al Prefetto mio Predecesssore, Cardinale Achille Silvestrini, per significare il passaggio nella carica di Gran Cancelliere fino ad allora detenuta dal Capo del Dicastero allora guidato da Laghi. È commovente rileggere tutto il carteggio intercorso tra i Porporati, il Rettore del PIO e l’allora Preposito Generale Padre Kolvenbach che portò a quella decisione col pieno appoggio di tutte le parti coinvolte, compreso il Senato accademico.

Fu un esempio luminoso di quella sinodalità che da qualche anno Papa Francesco continua a riproporre come una delle modalità concrete per il rinnovamento nel pensare e nel vivere la Chiesa”. Sono cambiati i tempi e le persecuzioni hanno cambiato regioni: “Oggi sono altre le realtà di Chiesa che soffrono il mistero delle catacombe, della persecuzione o quantomeno della clandestinità: penso in particolare ai diversi milioni di nostri fratelli e sorelle molti dei quali orientali cattolici che vivono e lavorano nella Penisola arabica, e praticano la loro fede per lo più in modo nascosto e nelle proprie case, ma senza smarrire la gioia di credere. Diceva san Giovanni Paolo II: “io conoscevo la clandestinità di quella Chiesa anche nella mia personale esperienza. Mi ricordo come a Cracovia non si poteva neanche scrivere sull’esistenza della Chiesa greco-cattolica, diciamo della Chiesa greco-cattolica ucraina.

I fedeli c’erano, io ho visitato questi fedeli, ma non si poteva dire in pubblico che il Papa c’era stato, che il Papa ha parlato, che questa Chiesa esiste. Adesso questa clandestinità è finita e possiamo parlare un po’ ad alta voce. Ma si parlava sempre ad alta voce perché la clandestinità parlava con una voce più alta di tutte le voci senza clandestinità”.

E infine l’icona dono di Giovanni Paolo II  che disse dandola al PIO: “Questo dono, un’icona, ha per me un valore molto significativo, perché mi è stato offerto nell’inaugurazione del Pontificato dal Rappresentante del Patriarcato di Mosca. Era il Metropolita Juvenalj. In questo momento, difficile, tragico, il dono è tanto più significativo. Che sia adesso di proprietà del vostro Istituto e sia accessibile a tutti. Doveva rimanere un po’ nascosto, come la Chiesa nascosta, clandestina, nella mia casa, ma è meglio che sia qui, in pubblico”.

Facciamoci oggi tutti insieme spiritualmente pellegrini dinanzi a quell’icona qui conservata: essa proviene dal Patriarcato di Mosca ed è custodita in un luogo che si vanta di avere come ex-alunno il Patriarca Bartolomeo. Qui noi, insieme, restiamo in silenzio – lasciando ad altri considerazioni e valutazioni - ma preghiamo, perché i nostri fratelli trovino le vie per rimanere tali anche tra di loro”.

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