Il CCEE apre la plenaria in Galilea, lì dove tutto è cominciato

Assemblea Plenaria del CCEE - Domus Galileae, 11 settembre 2015
Foto: CCEE
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Una plenaria in pellegrinaggio, quella dei vescovi europei, che si riuniscono tra Galilea e Gerusalemme in una intensa cinque giorni dall'11 al 16 settembre. Una veglia per la famiglia, una riflessione su "Gesù Cristo, ieri oggi e domani," incontri con le autorità. Ma soprattutto la voglia di stare vicino ai cristiani del Medio Oriente, che si è poi caricata di un significato tutto particolare in questi giorni, con la crisi dei profughi in Europa.

Si comincia nella Domus Galileae, in prossimità del monte Korazym, il monte delle Beatitudini. Qui è stato Giovanni Paolo II a parlare ai giovani, durante il pellegrinaggio del Giubileo, e infatti una statua del Papa santo si staglia di fronte alla casa. E qui i vescovi europei, una nutrita rappresentanza di 35 Conferenze Episcopali Europee su 39, cominciano il loro incontro alle radici della cristianità, che è anche un incontro alle radici della cultura europea. Il messaggio è chiaro: l’Europa è cristiana.

“Riscoprire la sorgente della nostra identità come popolo di Dio e della nostra missione come successori degli Apostoli, inviati a testimoniare l’incontro con il volto della Misericordia del Padre che è Gesù stesso”, spiega il Cardinale Péter Erdő, Arcivescovo di Esztergom-Budapest in Ungheria e Presidente del CCEE.

Certo, aggiunge il Cardinal Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi, nel suo saluto iniziale, “il nostro incontro avviene in un momento storico molto difficile e delicato.” Ricorda, il cardinale, che “di giorno in giorno aumentano i flussi migratori dai Paesi del Mediterraneo meridinale e orientale (in particolare da Africa e Medio Oriente) verso i Paesi dell’Unione Europea.” E sottolinea che Papa Francesco ha non solo “denunciato la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e in altre parti del mondo,” ma ha anche chiesto a “legislatori e governanti che ovunque sia assicurata la libertà religiosa”.

Ed è per questo – spiega il Cardinale nel suo saluto – che “celebrare quest’annuale assemblea in Terra Santa non è una scelta come un’altra.” È il posto dove “ogni cristiano è nato,” dove “abbiamo le nostre radici, perché in questa terra il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvarci e rimanere sempre con noi.”

Il Cardinal Ouellet guarda alle comunità cristiane, una catena ininterrotta di 2000 anni di testimoni e martiri, “che si collegano storicamente e geograficamente ai primi discepoli che hanno creduto nel Signore Crocifisso e Risorto,” a cui questa Chiesa è “intimamente legata” per la sua lunga storia “travagliata per le sofferenze subite.”

È “la Chiesa del Calvario,” che ritorna oggi “nelle difficoltà di molti cristiani che non trovano lavoro, che non sono garantiti nei loro fondamentali diritti umani, che trepidano per il futuro incerto dei loro figli.” Ma è anche la Chiesa che sa essere minoranza, e anche accoglienza, come ricorda la “significativa storia di Gerusalemme,” casa comune “di ebrei, cristiani e musulmani,” che Papa Benedetto definì “microcosmo del nostro mondo globalizzato.”

Quello che i vescovi vogliono tracciare è una “strada della speranza,” suggerisce il Patriarca Latino di Gerusalemme Fouad Twal, che ha lanciato l’invito di tenere per la prima volta la plenaria dei vescovi europei in Terrasanta. “Quell’annuncio risuonato per la prima volta circa duemila anni orsono, ci ha costituiti per primi Comunità Cristiana, Chiesa e Madre di tutte le Chiese,” dice, riprendendo le parole di San Giovanni Damasceno.

E ricorda poi il dramma dei migranti e rifugiati “che bussano alle nostre porte in ricerca di pace, di lavoro e di una dignitosa qualità di vita”, raccontando il caso della Giordania, dove “la Chiesa e i fedeli sono stati sommersi dall’arrivo di massa dei rifugiati siriani e iracheni”; e la situazione di Israele, dove “viviamo il dramma di molti asiatici che vengono a cercare lavoro in modo regolare oppure irregolare e non c’è legislazione che li difenda; abbiamo pure il dramma dei cristiani che emigrano, che lasciano il paese alla ricerca di condizioni di vita dignitose e davvero libere”.

Come uscire da queste situazioni? Il Cardinal Ouellet, nell’omelia della Messa che dà inizio ai lavori, sottolinea che “il raggio di luce promanante dal Cristo non può non illuminare, oltre che le nostre coscienze, la drammatica realtà della terra abitata dal Signore e di tutto il Medio Oriente, culla del cristianesimo.”

“L’esodo di centinaia di migliaia di profughi – prosegue nell’omelia - scacciati dalle proprie case e dalla loro patria soltanto per la propria fede in Cristo, ancora una volta interpella noi tutti, Pastori e fedeli, alla professione e all’ascolto di una parola di verità su quanto sta accadendo.”

Il Cardinal Ouellet sottolinea che, in nome della Verità, si deve essere “fermi nella denuncia di quanto accade, contribuendo con l’accoglienza materiale, ma anche e soprattutto con la preghiera, ad alleviare le sofferenze dei profughi.” E aggiunge che anche lo stesso Papa Francesco ha stabilito il diritto di fermare l’ingiusto aggressore.

Un tema diplomatico molto forte nel lavoro del Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che pure ha voluto far sentire la sua vicinanza con un messaggio letto da padre Duarte da Cunha, segretario del CCEE.

Secondo il vescovo Giuseppe Lazzarotto, Nunzio Apostolico in Israele, i vescovi europei sono in Terra Santa come ad anticipare “quello che il Papa vuole per la prossima giornata mondiale della Pace: ‘Vinci l’indifferenza, conquista la pace”.

Il Papa, dal canto suo, ha mandato il messaggio, chiedendo preghiere per il Sinodo e auspicando che i vescovi europei trovino da questa assemblea “nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale.”

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