Il dovere della correzione fraterna. XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Il commento al Vangelo domenicale di S.E. Monsignor Francesco Cavina

Gesù con i discepoli
Foto: pubblico dominio
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La Chiesa, nella quale vive il Signore, è una fraternità in quanto tutti sono figli di Dio. L’esperienza quotidiana, però, ci fa toccare con mano che non si tratta di una fraternità perfetta, fatta solo di puri e di santi. In essa è presente il peccato e a volte anche in forma grave. Per questo motivo, dice Gesù, è necessaria la correzione fraterna. Si corregge perché si ama. Commenta san Tommaso d’Aquino: Questa correzione deve provenire dalla carità, che è amore di Dio e amore del prossimo. Se ami, devi amare la salvezza del tuo fratello. Ma se lo vuoi salvare, devi avere cura della sua buona fama, e lo farai se lo correggi con un contatto personale, non se lo rimproveri davanti a tutti.

                Il dovere della correzione spetta a ciascun credente; nessuno può considerarsi esonerato in quanto chi pecca non è un estraneo, ma un fratello e quindi non è possibile l’indifferenza o l’ostilità nei suoi confronti. La posta in palio è alta; si tratta di riguadagnare alla Chiesa chi ha deviato e di ristabilire la comunione che è stata indebolita a causa del peccato.

                Gesù propone un triplice procedimento per la correzione di un membro della comunità ecclesiale, divenuto peccatore notorio. Il primo passo - l’incontro a tu per tu - richiede grande discrezione e riservatezza perché il fratello non si senta umiliato. Un secondo momento è rappresentato dalla presenza di almeno due testimoni per dare più peso e consistenza al tentativo di correzione. In terza istanza il caso sarà portato davanti a tutta la comunità riunita in assemblea. Solo dopo il fallimento di questo estremo tentativo si giungerà alla scomunica. La comunità con questo atto non decreta l’espulsione dalla comunità, ma si limita a ratificare una estraneità già consumata da colui che si ostina a vivere nel peccato.

                Il brano evangelico si conclude con la assicurazione che Cristo Risorto è in mezzo alla comunità quando essa si riunisce nel suo Nome: “dove si trovano due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”. Nel nome di Gesù ha il significato di persone che si ritrovano insieme per professare la loro fede in Lui, vero Dio e vero Uomo, e per cantare inni di lode alla Sua presenza. Anche gli ebrei professavano che quando due o tre si riunivano per meditare la Parola, Dio si rendeva presente. Gesù introduce una novità assoluta: al centro della comunità cristiana non sta uno scritto, ma la persona del Signore risorto, che ha donato la vita per la salvezza delle sue pecore e ha vinto il male. Con Lui presente è possibile cambiare le relazioni e rendere manifesto l’amore che salva.

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