Il grido di Padre James Channan da Lahore: nelle carceri pakistane altri 187 “Asia Bibi”

Un momento della testimonianza
Foto: ACS
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Dalla Sagrada Familia a Barcellona alla Madonna della Salute a Venezia, dalla Chiesa di Santa Maria a Sidney alla cattedrale di Manila, nelle Isole Filippine. Mercoledì 28 novembre scorso edifici di culto e monumenti di tutto il mondo si sono illuminati di rosso per ricordare il sangue dei molti cristiani perseguitati che hanno perso la vita a causa della loro fede.

Anche in Germania, per la prima volta, in occasione del “Red Wednesday”, le rovine della chiesa di San Cristoforo a Magonza, distrutta durante la seconda Guerra mondiale, si sono tinte di rosso, per ricordare le pesanti infrazioni alla libertà religiosa in 38 paesi del mondo e i 327 milioni di cristiani che soffrono persecuzioni religiose.

Padre James Channan OP, domenicano e direttore esecutivo del Centro della Pace di Lahore (Pakistan), è volato fino a Francoforte per rendere testimonianza, durante una veglia di preghiera nella cappella di San Cristoforo a Mainz (Magonza), delle pesanti discriminazioni e persecuzioni che affliggono i cristiani in Pakistan, paese dove il 96% della popolazione è di fede musulmana e i cristiani sono solo l’1,8%.

Da diversi anni, proprio in Pakistan, il “caso Asia Bibi” - una mamma cristiana di 50 anni, accusata nel 2010 di blasfemia nei confronti del profeta Maometto, rimasta in carcere quasi 9 anni con una condanna a morte pendente e recentemente assolta – ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, perforando la generale membrana di silenzio sulle violenze patite dai cristiani nel paese asiatico.

Padre Channan, cosa ha provato lo scorso 31 ottobre quando ha appreso del proscioglimento di Asia Bibi?

Quando ho saputo che la Suprema Corte – composta in tutto da tre giudici, un presidente e due giudici ausiliari - ha prosciolto Asia Bibi da tutte le accuse di blasfemia ho provato una grande gioia e una grande sollievo. Gioia e sollievo che condivido con tutti gli uomini del mondo, per i quali i diritti umani sono importanti. Vorrei esprimere anche la mia stima per i giudici che hanno dimostrato così tanto coraggio. È una vittoria non solo per Asia Bibi, ma una vittoria della Giustizia. Questi giudici non si sono fatti intimorire dalla pressione esercitata su di loro da islamisti ed estremisti. Hanno studiato il caso Asia Bibi e hanno giudicato come loro ritenevano giusto. Con ciò hanno reso possibile una grande vittoria della Giustizia.

Quanti altri “Asia Bibi” sono rinchiusi nelle prigioni del Pakistan?

Come Asia Bi fino a poco tempo fa, altri 187 cristiani in Pakistan vivono in carcere accusati di blasfemia. Ma non ci sono solo cristiani. Anche 633 musulmani, 494 musulmani della comunità Ahmadiyya e 21 indù. Il più delle volte le leggi sulla blasfemia vengono utilizzate per regolare conti personali. Ogni volta che un cristiano in Pakistan finisce in carcere accusato di blasfemia, tutta la comunità cristiana comincia ad aver paura e si sente, a buon diritto, perseguitata.

Conosce personalmente altri casi simili a quello di Asia Bibi?

Certamente. Conosco la coppia Safqat und Shagufta Bibi, condannati a morte come Asia Bibi, per aver mandato un SMS in lingua inglese con presunti contenuti blasfemi. Il problema però è che … loro non parlano inglese. Ho potuto incontrare personalmente in carcere Shagufta, che è stata più volte spinta a convertirsi all’Islam. Mi ha detto che “è cristiana e intende rimanere cristiana fino all’ultimo respiro della sua vita”.

Cosa può fare per loro l’Occidente?

Quando le Nazioni Unite o la Commissione Europea alzano la voce su questi temi, vengono ascoltate anche in Pakistan. Il Governo sa che deve risolvere il problema della persecuzione dei cristiani anche grazie alla pressione dall’esterno e il Governo cerca di fare del suo meglio, risvegliando forze e poteri positivi. I paesi occidentali svolgono un ruolo fondamentale e ringrazio l’Occidente per questo. Spero che lo svolga anche in futuro per combattere le infrazioni alla libertà religiosa e per risvegliare anche in Pakistan nuove possibilità e porre fine alle persecuzioni. L’Occidente può sostenere per esempio la formazione di giovani cristiani in Pakistan. In secondo luogo può aiutarci nel dialogo con i musulmani, per costruire ponti di pace e fiducia e di reciproca accettazione. Questo può essere fatto sia a livello dei credenti sia a livello delle diverse leadership religiose. Così possiamo creare pace e armonia.

Musulmani dialoganti e moderati riescono in Pakistan a tenere a bada i più violenti ed estremisti?

L’estremismo è un problema che colpisce tutto il mondo. In alcuni casi, interi paesi sono vittime di questi estremisti. Sono però quasi sempre pochi uomini a esercitare questa violenza, mettendo le persone in stato di terrore. Per esempio, in Pakistan, c’è solo un piccolo numero di estremisti e questi estremisti non sono stati in nessuna circostanza eletti dal popolo. Non c’è nessun governatore che sia stato mai supportato da estremisti. Né c’è mai stato in Pakistan un solo primo ministro che abbia mai appartenuto a gruppi estremisti. Ossia, la maggioranza dei pakistani musulmani è pacifica e vuole vivere in pace e in libertà. Ci sono però piccoli gruppi di estremisti che con le loro azioni terroristiche riescono a esercitare pressione su tutta la società e portano a situazioni come quella di Asia Bibi. Poche centinaia di persone riescono dunque a paralizzare un intero paese. Il Governo in Pakistan è fermamente deciso ad agire contro questi estremisti, in particolare a partire dagli attentati dell’ 11 settembre 2001 al World Trade Center. Da quell’anno numerose chiese in Pakistan sono state profanate e sono morti 75 mila persone, la gran parte di loro erano musulmani.

Cos’è per lei la liberà di religione?

Libertà di religione è un diritto fondamentale di ogni individuo. Appena un uomo viene al mondo possiede questa libertà e deve essere libero di vivere la sua fede. La libertà religiosa nel nostro paese è una grande questione. Non solo i cristiani, ma nemmeno gli indù da noi si sentono sicuri. Hanno paura di uscire di casa per via di potenziali attacchi di islamisti e terroristi. Il mondo ormai è diventato un villaggio globale. Se in una parte del mondo avviene un attentato, il resto del mondo viene a saperlo in pochi secondi. Tutte le minoranze del mondo soffrono della stessa situazione di pericolo e vivono in stato di paura, non solo cristiani, ma anche indù, musulmani, ebrei. In qualunque paese esse vivano, le minoranze religiose si sentono schiacciate dalle maggioranze religiose.

C’è modo di uscire da questa spirale?

A Lahore nel 2010 ho fondato il Centro di Pace e mi impegno per promuovere il dialogo interreligioso tra diverse religioni, ma soprattutto tra cristiani e musulmani. In Pakistan questi centri sono ormai 62. Il Centro ha attirato molti leader religiosi musulmani, politici, attivisti dei diritti umani, scrittori, giovani. Organizziamo conferenze, workshop, pubblichiamo libri per promuovere riconciliazione e costruire ponti di pace, soprattutto tra cristiani e musulmani. Molti leader musulmani sono diventati così miei grandi amici.

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