Il nuovo “Giona di Ninive” è un domenicano che ha salvato la cultura dall’ISIS

Padre Najeeb Michaeel, nuovo vescovo di Mosul, mostra un manoscritto dei tanti che ha raccolto e archiviato
Foto: Dominican Friars
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Che tu sia un nuovo Giona per Ninive”. È stato questo l’augurio che il Cardinale Rapahel Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, ha fatto al domenicano Najib Mikhael Moussa, nuovo vescovo di Mosul, quando lo ha ordinato lo scorso 18 gennaio. Un compito importante. Perché a Mosul, dal 2014, non c’era più stato un vescovo, dopo che Amel Nona era stato costretto a fuggire, come tutti. Tutto era stato spazzato via, anche la diocesi. Per questo, l’arrivo di un vescovo rappresenta, sono le parole del Cardinale Sako, “un segno di speranza”.

Se tutto era stato spazzato via, non lo era stata la cultura dell’Iraq, e in particolare non lo erano stati i manoscritti, i tomi, i libri antichi custoditi a Mosul. Perché il vescovo Moussa li aveva messi in salvo, quanti più poteva e quanto più poteva.

“Un uomo senza cultura è un uomo morto”, amava dire. E così, quando all’arrivo delle milizie dello Stato Islamico la gente lasciò Mosul portando via solo quello che poteva, soprattutto generi di prima necessità e denaro, lui riempì due furgoncini con circa 1300 manoscritti databili tra il XIV e il XIX secolo, e li aveva portati in una località segreta, passando tre checkpoints senza problemi. Purtroppo, la biblioteca con 50 mila libri moderni era stata lasciata indietro a Bakhdida, città poi presa dal sedicente Stato Ilsamico.  

Erano manoscritti antichi su cui il padre domenicano lavorava da decenni, archiviandoli e digitalizzandoli. Un compito cui ha coinvolto la popolazione, in ogni modo che poteva, perché “se vedevo qualcuno con le mani libere – ha raccontato – gli mettevo in braccio un tomo, chiedendogli di restituirmelo una volta raggiunta Erbil”. Ad Erbil, la capitale del Kurdistan, sono arrivati moltissimi rifugiati, ed lì che si sono concentrati gli sforzi per accoglierli.

Il vescovo Moussa ha 63 anni ed è nato a Mosul. Ha lavorato nell’industria petrolifera, poi ha deciso di diventare sacerdote, e ha studiato in seminario in Francia, dove è stato ordinato nel 1987. Quindi è tornato al suo paese natale, e lì ha fondato l’Oriental Manuscript Digital Center per preservare la cultura cristiana del suo Paese.

Il centro ha avuto sede a Mosul, poi, a partire dal 2008 con le prime insurrezioni islamiste, è stato spostato a Qaraqosh, e quindi, due settimane prima dell’invasione dei jihadisti dell’ISIS, ad Erbil. Gli archivi contano 850 manoscritti antichi in aramaico, arabo e altre lingue e circa 50 mila volumi.

Il ritorno del vescovo Moussa a Mosul rinnova anche la presenza dei domenicani nella città. Si attesta la presenza di figli di San Domenico a Mosul dal 1750, ed è da allora che avevano raccolto migliaia di manoscritti antichi.

Il mandato che è stato dato al nuovo vescovo di Mosul dal Cardinale Sako è quello di insistere su “riconciliazione e fiducia fra la gente della città, perduta a causa delle violenze dell’ISIS e dell’ideologia fondamentaista”.

A Mosul e nella Piana di Ninive sono tornate 16 mila famiglie. A Erbil, Dohuk e Sulymanyah restano ancora 4 mila nuclei famigliari di rifugiati. Ma si può dire che la vita sia definitivamente tornata a Mosul.

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