Il Papa e l'Armenia, vita di pietra, tenerezza di madre

Il Papa alla " Fortezza delle Rondini"
Foto: OR
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Giustizia e pace. Francesco le augura all’Armenia, terra biblica di grandi contrasti come violento e contrastato è il clima, così la storia, la cultura, la vita.  “Vita di pietra” e  “tenerezza di madre” dice Francesco ai giornalisti che lo hanno seguito in queste 52 ore nel paese dove per la prima volta il cristianesimo è stato dichiarato religione di stato.

Francesco gli armeni li conosce dall’ Argentina. Quelli della diaspora, quelli che non fanno troppo differenza tra Chiesa Apostolica e Chiesa Cattolica, quelli che sono legati alla Patria soprattutto dalla “armenità”. Quelli, dice ancora il Papa, che hanno sempre usato solo la parola “genocidio” per ricordare il 1915.

Ma per tre giorni il Papa è stato finalmente in Armenia, quella vera, non quella della memoria, del cuore, della poesia e delle musiche struggenti.

L’Armenia che il Papa ha conosciuta è quella  di  Metz Yeghérn, il "Grande Male", che indica insieme il male fisico e morale, la tortura e il dolore di un popolo.

Quella dove ancora il sovietismo impera, quella dove la guerra è una realtà soffusa perché la lotta per il Nagorno-Karabak non ha mai fine.

Anche stavolta il Papa deve visitare il Caucaso in tappe separate, ma Francesco ha fiducia: “la settimana scorsa quando ho visto la fotografia del presidente Putin, con i due presidenti armeno e azero, (ho pensato) almeno parlano”.

La cultura dell’incontro, come dice sempre Bergoglio, per costruire ponti invece che alzare muri basterà a sanare un conflitto antico? Riuscirà la voglia di pace a sanare quelle ferite profonde lasciate dal “Grande Male”?

Il secolo dei grandi genocidi, quando, dice il Papa, “ le grandi potenze guardavano da un’altra parte” non è archiviato. E lo hanmo dimostrato i discorsi del Catolichos e del Presidente armeno.

Quello che resta agli armeni è la memoria. Genocidio come quello degli ebrei, “ Grande Male” o “Olocausto”.  Ma oggi la memoria è un valore. Nessuno può più dire come fece Hitler il 22 agosto del 1939: “chi si ricorda del massacro degli armeni’?”.

In Italia quella vicenda è stata raccontata mirabilmente da una grande letterata, Antonia Arslan, con i suoi romanzi, con le sue memorie di famiglia. Forse più che una parola detta o scritta bisognerebbe ricordare la storia. Così come è stato fatto con il genocidio del Popolo ebraico. 

Due eventi che si legano proprio nel viaggio del Papa, e nel suo pensiero verso il viaggio in Polonia. E così come alla “ Fortezza delle Rondini” il Papa ha pregato da solo, in silenzio, anche ad Auschwitz e Birkenau pregherà in silenzio:”Due anni fa- ha detto- a Redipuglia ho fatto lo stesso per commemorare il centenario della Grande Guerra. A Redipuglia sono andato in silenzio. Poi c’era la Messa e alla Messa ho fatto la predica, ma era un’altra cosa. Il silenzio. Io vorrei andare in quel posto di orrore senza discorsi, senza gente, soltanto i pochi necessari. Ma i giornalisti sicuro che ci saranno. Ma senza salutare questo, questo. No, no! Da solo, entrare, pregare e che il Signore mi dia la grazia di piangere”.

 

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