Il Papa: il fine vita è un tema da affrontare con pacatezza

Medici del WMA
Foto: WMA
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Nelle società democratiche i temi del fine vita vanno affrontati “con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni, anche normative, il più possibile condivise”.

Lo scrive Papa Francesco nella lettera indirizzata all’arcivescovo Vincenzo Paglia presidente della Pontificia Accademia per la vita che ha patrocinato il WMA European Region Meeting sulle questioni del fine vita che si svolge in Vaticano oggi e domani.

Nella lettera il Papa dopo aver ricordato gli insegnamenti dei Pontefici e del Catechismo della Chiesa cattolica sul tema del fine vita, dell’accanimento terapeutico e della eutanasia spiega che “occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza” ma lo Stato “non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi”.

E del resto scorre il Papa “ per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti” e soprattutto è il paziente “che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante”.

Ovviamente “l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato” e “se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte”.

 

 

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