Il Papa in Egitto: "Nella fede vediamo l'altro come un fratello e non come un nemico"

Papa Francesco presiede la Messa all'Air Defense Stadium del Cairo
Foto: Edward Pentin CNA
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Secondo ed ultimo giorno del Viaggio apostolico di Papa Francesco in Egitto: stamane la Messa presso l’Air Defense Stadium. Lasciando la Nunziatura del Cairo, il Pontefice è stato salutato anche da un gruppo di bambini della Scuola Comboniana.

Commentando il Vangelo - si tratta del brano dei discepoli di Emmaus - il Papa elenca le tre parole chiave del testo: morte, risurrezione e vita.

I discepoli - spiega Francesco - prendono atto della morte di Gesù. “Erano disorientati, illusi e delusi. Il loro cammino è un tornare indietro; è un allontanarsi dalla dolorosa esperienza del Crocifisso. Colui sul quale hanno costruito la loro esistenza è morto, sconfitto, portando con sé nella tomba ogni loro aspirazione. La croce di Cristo era la croce delle loro idee su Dio; la morte di Cristo era una morte di ciò che immaginavano fosse Dio. Erano loro, infatti, i morti nel sepolcro della limitatezza della loro comprensione”.

Se l’uomo non accetta di “superare la propria idea di Dio, di un dio creato a immagine e somiglianza dell’uomo” allora si autoparalizza. I discepoli di Emmaus riconoscono “Gesù “nello spezzare il pane, nell’Eucaristia. Se noi non ci lasciamo spezzare il velo che offusca i nostri occhi, se non ci lasciamo spezzare l’indurimento del nostro cuore e dei nostri pregiudizi, non potremo mai riconoscere il volto di Dio”.

La seconda parola chiave è risurrezione.  “Gesù - spiega il Pontefice -  trasforma la loro disperazione in vita, perché quando svanisce la speranza umana incomincia a brillare quella divina. Quando l’uomo si spoglia dell’illusione di essere il centro del mondo, allora Dio gli tende la mano per trasformare la sua notte in alba”. L’incontro con il Risorto per i discepoli di Emmaus rappresenta la risurrezione “dalla tomba della loro incredulità e afflizione, il senso dell’apparente sconfitta della Croce. 

Chi non passa attraverso l’esperienza della Croce fino alla Verità della Risurrezione si autocondanna alla disperazione. Infatti, noi non possiamo incontrare Dio senza crocifiggere prima le nostre idee limitate di un dio che rispecchia la nostra comprensione dell’onnipotenza e del potere”.

Infine, la vita. L’incontro con il Risorto - rammenta Francesco - “trasforma ogni vita e rende feconda qualsiasi sterilità. Infatti, la Risurrezione non è una fede nata nella Chiesa, ma la Chiesa è nata dalla fede nella Risurrezione”. 

Il racconto di Emmaus - prosegue Papa Bergoglio - è esplicativo perché dimostra “che non serve riempire i luoghi di culto se i nostri cuori sono svuotati del timore di Dio e della Sua presenza; non serve pregare se la nostra preghiera rivolta a Dio non si trasforma in amore rivolto al fratello; non serve tanta religiosità se non è animata da tanta fede e da tanta carità; non serve curare l’apparenza, perché Dio guarda l’anima e il cuore e detesta l’ipocrisia. Per Dio, è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita!”. 

 “La fede vera - aggiunge il Papa - ci porta a vedere nell’altro non un nemico da sconfiggere, ma un fratello da amare, da servire e da aiutare; è quella che ci porta a diffondere, a difendere e a vivere la cultura dell’incontro, del dialogo, del rispetto e della fratellanza; ci porta al coraggio di perdonare chi ci offende. La vera fede è quella che ci porta a proteggere i diritti degli altri, con la stessa forza e con lo stesso entusiasmo con cui difendiamo i nostri. In realtà, più si cresce nella fede e nella conoscenza, più si cresce nell’umiltà e nella consapevolezza di essere piccoli”. 

A Dio piace - conclude il Pontefice parlando ai cattolici egiziani - “la fede professata con la vita, perché l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità! Qualsiasi altro estremismo non viene da Dio e non piace a Lui! Non abbiate paura di amare tutti, amici e nemici, perché nell’amore vissuto sta la forza e il tesoro del credente!”. 

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