Il Papa in Grecia, Rossolatos: “Siamo una Chiesa con un volto nuovo”

Intervista con l’arcivescovo emerito di Atene. Il problema del volto nuovo della Chiesa di Grecia. La necessità di una nuova evangelizzazione. La sfida della secolarizzazione

L'arcivescovo Rossolatos con Papa Francesco durante il recentet viaggio di Papa Francesco in Grecia
Foto: Vatican Media / ACI Group
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In una Grecia la cui Chiesa ha un volto nuovo fatto dei tanti migranti che si sono andati a stabilire nel centro, la grande sfida è quella della secolarizzazione, di adattare il messaggio ai tempi, di aprirsi anche alla linfa nuova dei movimenti che è arrivata in Grecia ma che pure la Chiesa locale la ha saputa intercettare.

Lo spiega Sevastianos Rossolatos, arcivescovo di Atene dal 2014 al 2021. Sette anni intensi, la fine di un cambiamento che però è stato forse visto con maggiore prospettiva dal predecessore di Rossolaos ad Atetne, che era stato arcivescovo per 41 anni.

“Quando è venuto lui – dice l’arcivescovo emerito della capitale greca ad ACI Stampa - tutti i cattolici di Atene erano greci, con alcune centinaia di francesi, italiani, tedeschi. Negli Anni Ottanta hanno cominciato a venire i primi immigrati. Prima i polacchi e i filippini e poi, dopo il crollo del comunismo, albanesi e ucraini.

Siamo una Chiesa con un volto nuovo”.

Dove si sente questo volto nuovo?

L’emigrazione si è concentrata soprattutto nel centro della città. Lì ci sono tre parrocchie cattoliche. Una è filippina al 95 per cento, l’altra è polacca al 90 per cento, e la terza ha il 90 per cento di africani nel territorio.

E dove sono i greci?

I greci sono spariti. Non solo i greci cattolici dal centro, ma anche i greci ortodossi. Il centro di Atene è abitato da immigrati, molti sono cattolici, ma molti sono musulmani.

La prima generazione degli immigrati si è concentrata in alcune chiese perché avevano bisogno di incontrarsi tra loro.

Come mai questa migrazione nel centro, e non nelle periferie?

Inizialmente, erano i cattolici venuti dalle isole ad insediarsi intorno al centro. Erano costruttori, alcuni, e in molti con il lavoro hanno raccolto abbastanza soldi per costruire una casa in periferia. Così hanno fatto gli altri. In questo modo il centro si è svuotato. Il centro di Atene è pieno di uffici. Non ci sono molte abitazioni.

Cosa fa la Chiesa cattolica di fronte a questo fenomeno?

Negli ultimi anni abbiamo cercato di contattare i giovani emigrati, la maggior parte va nelle scuole greche e quindi parla perfettamente greco e con loro si può cominciare a fare una pastorale che unisca le diverse comunità nazionali e linguistiche. Già al catechismo si vede che i bambini preferiscono parlare in greco che nella lingua dei loro genitori, e lì si può cominciare una pastorale di unione tra i diversi popoli, e questo ho cominciato a vedere negli ultimi anni, malgrado la pandemia, e la pastorale dei giovani viene indirizzata in quella direzione.

Quale è la sfida del futuro?

La sfida del futuro è la secolarizzazione. Sono più i greci cattolici secolarizzati, anche perché vivono in un ambiente ortodosso che ha una mentalità diversa. La Chiesa ortodossa non cura tanto la catechesi perché ha sulle spalle la scuola di religione nelle scuole. Gli ortodossi sanno quelle cose religiose che sentono a scuola, ed hanno una religiosità di tradizione, hanno una religione di elementi sociali, ma non vivono la vita ecclesiastica. La mentalità ortodossa non insiste sulla necessità di partecipare sulla messa di domenica, a loro basta andare in chiesa, stare un po’, accendere una candela e poi partire. Non sono catechizzati per capire cosa succede nelle celebrazioni. Succedeva anche da noi, quando la Messa in latino e tutti dicevano il rosario. Sarebbe molto peggio la situazione se non ci fosse stato il Vaticano II.

Dunque, cosa fare?

Io vedo che i parroci e i vescovi non hanno esperienza di quello che dice la Chiesa cattolica oggi quando parla di evangelizzazione. Quando ero parroco parlavo ai giovani di evangelizzazione e mi chiedevano cosa fare concretamente. Oggi, continuano a fare ciò che avevano visto ai loro parroci. Non c’è una strategia per fare avvicinare i lontani. Intorno al Vaticano II sono apparse tante comunità e organizzazioni nuove che attirano fedeli praticanti, ma anche fedeli allontanati. In tante parrocchie che frequento io vedo in ringiovanimento delle parrocchie perché vengono giovani, e questo ringiovanimento della fede è una specie di nuova evangelizzazione. Qui in Grecia hanno paura di queste nuove esperienze.

A che punto sono le vocazioni?

I cattolici, i laici praticanti si impegnano chiaramente, però l’attrazione verso la vita consacrata e la vita sacerdotale non c’è. Certamente quando ero piccolo le famiglie erano numerose, nel dopoguerra negli anni Quaranta e Cinquanta tutta la Grecia si è riempita di vocazioni da Syros e da Tynos, dalle due isole. Dopo gli Anni Settanta, è stato il crollo.

Ha influito su questo crollo la Giunta dei colonnelli?

Non ha influito la giunta dei colonnelli. Nelle nostre isole, la popolazione cattolica era agricola. Negli anni Settanta, i giovani hanno cominciato a scendere alla scuola media, al liceo, e questo porta a un senso di elevazione sociale, anche economico. Nel frattempo c’è stata la mondializzazione, questo spirito di secolarizzazione e la tecnologia che attrae. Però la Chiesa cattolica quando io ero piccolo non ha avuto una pastorale che preparasse ad una fede convinta, ad una fede di coscienza. Era una fede tradizionale, una fede sostenuta dalla società di allora. Dagli anni Sessanta in poi la società è cambiata e quella fede non poteva più essere sostenuta. Era sostenuta da pietà, rosario, confraternite, e quelli che erano intorno alle parrocchie sono lontani dalla Chiesa e i loro figli sono più lontani. La Chiesa di allora non ha preparato una coltivazione della fede, non poteva prevedere questo cambiamento.

Cosa può dare la Chiesa di Grecia all’Europa? In questo momento che noi ci troviamo nel pieno della crisi, non vedo che possa contribuire a qualcosa perché vedo che anche polacchi, ucraini, filippini che sono gente di pietà passeranno dalla stessa crisi, perché i loro figli passeranno da una società secolarizzata, quindi per il momento, per i prossimi cinquanta anni io non vedo un cambiamento.

Quale è la missione?

Le diocesi sono chiamate a lavorare per formare una fede convinta e soprattutto a contatto con Sacra Scrittura. Coltivare la fede senza la sacra scrittura non è possibile.

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