Il Papa in Paraguay: "Il cristiano è colui che sa ospitare"

Papa Francesco presiede la Messa a Ñu Guazú
Foto: David Ramos - Aci Group
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Celebriamo la “misteriosa comunione tra Dio e il suo Popolo, tra Dio e noi. Una comunione che dà sempre frutto, dà sempre vita. Questa fiducia scaturisce dalla fede, sapere che possiamo contare sulla sua grazia, che sempre trasformerà e irrigherà la nostra terra”. Sono le parole con cui Papa Francesco ha aperto l’omelia pronunciata in occasione della Messa a Ñu Guazú, ad Asuncion, ultima celebrazione eucaristica del viaggio apostolico in America Latina.

La fiducia – ha spiegato il Papa – si impara, si educa e si forma nella comunità e in famiglia. “Una fiducia che diventa testimonianza nei volti di tanti che ci stimolano a seguire Gesù, ad essere discepoli di Colui che non delude mai. Il discepolo si sente invitato a fidarsi, si sente invitato da Gesù ad essergli amico, a condividere il suo destino, a condividere la sua vita. I discepoli sono coloro che imparano a vivere nella fiducia dell’amicizia”.

Quali sono le credenziali dei cristiani, dei discepoli di Cristo, si domanda Francesco?

Gesù dà regole precise e chiare. Gesù “li sfida con una serie di atteggiamenti, comportamenti che devono avere. Non sono poche le volte che ci possono sembrare esagerati o assurdi; Gesù è molto preciso, è molto chiaro. Non dice loro: Fate in qualche modo o fate quello che potete”.

La regola è chiara: “Non prendete per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, ne denaro… rimanete nella casa dove vi daranno alloggio”. Il Papa punta l’attenzione sulla “parola centrale nella spiritualità cristiana, nell’esperienza di discepolato: ospitalità. Gesù li invia a vivere l’ospitalità: il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare, ad accogliere”.

Gesù non manda i discepoli come “potenti”, il loro cammino è invece “trasformare il cuore.  E’ passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’amore. Dalla logica del dominio, dell’oppressione, della manipolazione, alla logica dell’accogliere, del ricevere, del prendersi cura. Sono due le logiche che sono in gioco, due modi di affrontare la vita, la missione”.

Il Papa ribadisce: il Signore è chiaro “nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma imparando ad ospitare”. Per questo la “Chiesa è la madre dal cuore aperto che sa accogliere, ricevere, specialmente chi ha bisogno di maggiore cura, chi è in maggiore difficoltà. La Chiesa è la casa dell’ospitalità. Quanto bene possiamo fare se ci incoraggiamo ad imparare il linguaggio dell’ospitalità, dell’accoglienza! Quante ferite, quanta disperazione si può curare in una dimora dove uno possa sentirsi accolto”.

“Per questo – sprona Papa Bergoglio – bisogna tenere le porte aperte, soprattutto quelle del cuore”. Ospitalità verso tutti, compresi i peccatori. “Tante volte ci dimentichiamo che c’è un male che precede i nostri peccati. C’è una radice che causa tanti ma tanti danni, che distrugge silenziosamente tante vite. C'è un male che, poco a poco, si fa un nido nel nostro cuore e mangia la nostra vitalità: la solitudine”.

La solitudine ha molte cause. “Ci fa male! Ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità. Ci rinchiude in noi stessi. Perciò, quello che è proprio della Chiesa, di questa madre, non è principalmente gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri. È la fraternità accogliente la migliore testimonianza che Dio è Padre”.

Con l’insegnamento di Gesù ecco la “nuova logica. Un orizzonte pieno di vita, di bellezza, di verità, di pienezza. Dio non chiude mai gli orizzonti, Dio non è mai passivo di fronte alla vita e alla sofferenza dei suoi figli. Dio non si lascia mai vincere in generosità. Per questo ci manda il suo Figlio, lo dona, lo consegna, lo condivide; affinché impariamo il cammino della fraternità, del dono. È una Parola che rompe il silenzio della solitudine”.

Osserva ancora il Papa: “non possiamo obbligare nessuno a riceverci, ad ospitarci; è certo ed è parte della nostra povertà e della nostra libertà. Ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli, soprattutto di quelli che hanno perso la speranza e il gusto di vivere. Com’è bello immaginare le nostre parrocchie, comunità, cappelle, luoghi dove ci sono i cristiani, come veri centri di incontro tra noi e Dio”.

La Chiesa – conclude il Pontefice – come Maria è Madre e ci offre un modello, “accogliere, come Maria, che non ha dominato né si è impadronita della Parola di Dio, ma, al contrario, l’ha ospitata, l’ha portata in grembo e l’ha donata. Accogliere come la terra che non domina il seme, ma lo riceve, lo nutre e lo fa germogliare”.

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