Il Papa: “La Parola di Dio è la speranza che si traduce in condivisione”

Papa Francesco, Udienza
Foto: Lucia Ballester, ACI group
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La perseveranza e la consolazione. “Qual è il loro significato più profondo, più vero? E in che modo fanno luce sulla realtà della speranza?” Lo chiede Papa Francesco nel corso dell’Udienza Generale di oggi in Piazza San Pietro, continuando il ciclo delle catechesi sulla speranza cristiana. Alla fine dell’Udienza il Papa rivolge anche un appello: partecipare all’appuntamento delle “24 ore con il Signore”: “Invito tutte le comunità a vivere con fede l’appuntamento del 23 e 24 marzo per riscoprire il sacramento della riconciliazione, auspico che anche quest’anno tale momento privilegiato di grazia del cammino quaresimale sia vissuto in tante chiese per sperimentare l’incontro gioioso con la misericordia del Padre, che tutti accoglie e perdona".

Francesco per la catechesi di oggi parte dalla Lettera di San Paolo Apostolo e spiega il significato di perseveranza e consolazione: “La perseveranza potremmo definirla pure come pazienza: è la capacità di sopportare, di rimanere fedeli, anche quando il peso sembra diventare troppo grande, insostenibile, e saremmo tentati di giudicare negativamente e di abbandonare tutto e tutti. La consolazione, invece, è la grazia di saper cogliere e mostrare in ogni situazione, anche in quelle maggiormente segnate dalla delusione e dalla sofferenza, la presenza e l’azione compassionevole di Dio”.

Da chi ci vengono trasmesse la perseveranza e la consolazione? Il Papa ce lo ricorda: dalle Scritture.

“Infatti la Parola di Dio – precisa Francesco -  in primo luogo, ci porta a volgere lo sguardo a Gesù, a conoscerlo meglio e a conformarci a Lui, ad assomigliare sempre di più a Lui. In secondo luogo, la Parola ci rivela che il Signore è davvero il Dio della perseveranza e della consolazione, che rimane sempre fedele al suo amore per noi e che si prende cura di noi, ricoprendo le nostre ferite con la carezza della sua bontà e della sua misericordia. Chi sperimenta nella propria vita l’amore fedele di Dio e la sua consolazione è in grado, anzi, in dovere di stare vicino ai fratelli più deboli e farsi carico delle loro fragilità”. Così si diventa “seminatori di speranza”. "Per seminare speranza oggi - aggiunge il Papa a braccio- ce ne vuole, non è facile".

Ed in merito a questo “stile di vita” Francesco spiega che non dobbiamo dividerci in comunità di Serie A ( i forti ) e di Serie B ( i deboli).  La Parola di Dio “alimenta una speranza che si traduce concretamente in condivisione, in servizio reciproco. Perché anche chi è “forte” si trova prima o poi a sperimentare la fragilità e ad avere bisogno del conforto degli altri”.

Conclude infine Francesco la sua catechesi odierna: “E’ Lui, solo Lui, il “fratello forte” che si prende cura di ognuno di noi: tutti infatti abbiamo bisogno di essere caricati sulle spalle dal Buon Pastore e di sentirci avvolti dal suo sguardo tenero e premuroso”.

Nel momento dei saluti, un particolare pensiero è stato rivolto ai partecipanti all’incontro per Direttori Migrantes incoraggiandoli a proseguire "nell’impegno per l’accoglienza e l’ospitalità dei profughi e dei rifugiati, favorendo la loro integrazione, tenendo conto dei diritti e dei doveri reciproci per chi accoglie e chi è accolto"."Non dimentichiamo - aggiunge Francesco a braccio -  che questo problema dei rigufiati e dei migranti oggi è la tragedia più grande dopo quella della seconda guerra mondiale".

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