Il presidente israeliano Rivlin dal Papa il 3 settembre: in agenda le scuole e il muro

La vista del Presidente Rivlin a Tabga
Foto: Patriarcato Latino di Gerusalemme
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Con la visita in Vaticano di Reuven Rivlin, presidente israeliano il prossimo 3 settembre riprende per il Papa la attività pubblica. Sarà un incontro importante quello tra il Papa e il presidente che vede in agenda diversi temi. Papa Francesco aveva stretto un rapporto particolare con il presidente Peres, aveva piantato con lui un olivo e pregato per la pace in Vaticano insieme al presidente palestinese. Ma Peres era a fine mandato.

Reuven Rivlin è presidente da poco più di un anno ed è un esponente del Likud, la sua visione politica è differente da quella del suo predecessore ed è contrario al principio dei due stati che invece trova un grande sostegno in Vaticano.

Rivlin conosce bene il ruolo istituzionale che ricopre e in una intervista poco prima di essere eletto disse: “Il Presidente è il volto dello Stato di Israele nel mondo, non il rappresentante di una specifica ideologia, ma della creatività collettiva e della storia del popolo ebraico”.

E proprio seguendo questa idea qualche giorno fa si è recato a Tabga nella Chiesa vandalizzata nel giugno scorso. “Israele, come Stato ebraico e democratico- ha detto- tiene alle sua responsabilità di proteggere la libertà e la sicurezza di tutte le fedi”.

Reuven Rivlin ha incontrato i rappresentanti delle comunità cristiane nella valle del Giordano e ha visitato la chiesa della Moltiplicazione dei pani a Tabga, sulle rive del lago di Tiberiade, incendiata a giugno scorso in un’azione attribuita a estremisti ebrei. A Tabga, Rivlin ha incontrato il nunzio apostolico in Israele, Giuseppe Lazzarotto, l’abate Gregory Collins, responsabile del sito, e l’incaricato d’affari tedesco, Monika Iwersen. “Siamo qui oggi - ha detto - per chiarire che non c’è una guerra religiosa in Terra Santa”. Gli ultimi episodi di violenza “sono attacchi di fondamentalisti contro l’intera società; sono attacchi di persone che cercano la guerra e la distruzione contro persone che vogliono vivere in pace”.

Un gesto importante in una situazione resa sempre più difficile per molta della popolazione che vive di turismo e che vede il numero dei pellegrinaggi calare sempre più.

Revlin ha agito anche su un altro fronte, quello della crisi delle scuole cristiane.

Da maggio infatti i 30 mila studenti delle scuole cristiane rischiano di vedere chiuse le aule per la mancanza di fondi. Le scuole cristiane sono “riconosciute ma non pubbliche” e ricevono un solo finanziamento parziale dal ministero, il resto viene dalla rette pagate dalle famiglie. Ma negli ultimi 10 anni i fondi statali sono calati del 45 per cento, le rette sono aumentate e tante famiglie arabe che vivono con un reddito al di sotto della media nazionale sono in crisi.

Anche su questo fronte Rivlin ha voluto essere presente. Tanto che il segretariato generale dell’Ufficio delle scuole cristiane in Israele ha giudicato “un passo positivo” l'incontro avuto con il presidente israeliano. “Il presidente Rivlin, si legge nel comunicato ufficiale dell’incontro, ha aperto la riunione apprezzando il ruolo delle scuole cristiane in Israele, sottolineando l’importanza dell’eccezionale esperienza pedagogica che forniscono da molti anni”. E il ministro della istruzione ha fatto una promessa: “ trovare soluzioni per risolvere la crisi di bilancio affrontata da queste scuole, che a loro volta si sono impegnate a preparare una relazione di argomento finanziario.” Intanto le scuole restano chiuse.

Anche perché c’è un altro fronte caldo che potrebbe sfociare in una crisi internazionale. Il muro di Cremisan. Il  17 agosto  mattina i bulldozer israeliani sono arrivati vicino alla Valle di Cremisan, e hanno ripreso la costruzione del Muro di separazione.

Il Patriarcato latino di Gerusalemme con un comunicato dai toni decisi ha “condannato fermamente questa operazione israeliana, effettuata in violazione dei diritti delle famiglie della Valle: diritti che quelle stesse famiglie hanno coraggiosamente cercato di difendere davanti alla legge negli ultimi dieci anni. Si unisce alla tristezza e alla frustrazione di quelle famiglie oppresse, e condanna fermamente l’ingiustizia commessa a loro danno. La costruzione del Muro di separazione e la confisca delle terre che essa implica, sono un insulto alla pace. Esortiamo le autorità israeliane ad attendere la decisione di giustizia, richiesta pochi giorni fa alla Corte Suprema di Israele da parte delle famiglie della Valle, e a fermare il lavoro intrapreso.”

E proteste sono arrivate addirittura dalla Conferenza Episcopale statunitense che denuncia la costruzione del Muro, come una “ingiustizia” ai danni di persone che, pochi giorni prima, avevano depositato ancora un nuovo ricorso alla Corte Suprema di Israele, in cui si chiedeva al Ministero della Difesa di presentare il percorso stabilito per il Muro, prima di avviarne la costruzione.

I vescovi Usa si sono uniti al Patriarcato latino di Gerusalemme, e hanno invitato il Segretario di Stato Kerry  a “fare pressione” sulle autorità israeliane affinché pongano fine ai lavori in corso. Una vicenda che ha visto la Corte Suprema israeliana cambiare posizione velocemente.

Il parroco di Beit Jala padre Aktham Hijazin, l’ha definita “ una operazione contro la giustizia, contro la nostra presenza qui, contro la nostra storia e il nostro futuro”.

Intanto dal 17 agosto ogni giorno, alle 8. 30, viene celebrata la messa sotto una piccola tenda istallata all’ombra degli ulivi della verde valle. “Noi preghiamo e speriamo che la Chiesa e la comunità internazionale facciano qualcosa per proteggere la presenza cristiana di qui” dice padre Hijazin. E si attende il risultato dell’ ulteriore ricorso alla Corte.

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