Il Viatico di Padre Clemente Rebora

Il poeta in questa lirica celebra i ricordo della vita durante la Prima guerra mondiale

Clemente Rebora
Foto: pubblico dominio
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Tra i poeti del Novecento letterario spicca la figura di Clemente Rebora. Il letterato dopo la conversione, avvenuta nel 1929, scelse di diventare sacerdote e membro dell'Istituto della Carità.

Il suo canzoniere, comprendente più raccolte poetiche, tratta della condizione umana con vibrante partecipazione e calore.

Vissuto sul finire del Mille ed Ottocento ed i primi del Novecento, fu tra i giovani che parteciparono alla Grande Guerra.

Quest'esperienza segnò la vita ed il percorso umano dell'autore nel suo cammino verso Dio. Contrario alla politica interventista, fu chiamato a offrire il proprio contributo, richiamato dalla leva militare.

Il suo ruolo lo spinse ad immolarsi per i suoi soldati ed a viverne le ansie e le tristezze della condizione di vita in trincea.

Di questo periodo è la lirica Viatico nella quale fotografa, con immediatezza e penetrazione, il senso di quel dramma, caratterizzato dalla condizione di guerra.

Questa è contenuta fra le poesie sparse e le prose liriche, che raccolgono i contributi del poeta dal 1913 al 1927.

Già il titolo è emblematico indicando il conforto e le cose necessarie all'esistere che, con il dramma della Guerra, sembrano perdersi.

Il ritorno alla vita ed alla speranza nel domani, rappresentano  quasi il senso sacro di un sacramento che fa da sfondo ai versi, per il futuro dell'umanità.

La lontananza dalla famiglia, la vita di trincea ed il pericolo che da un momento ad un altro si potesse perdere l'esistere, segnarono quell'esperienza nella vita di molti, come uno dei momenti più bui del secolo scorso.

La poesia, scritta dal poeta, ancora non sacerdote, richiamato alle armi, rievoca l'esperienza del campo di battaglia ed al tempo stesso del  dolore che in esso si vive.

La bellezza dell'esistere  diventa sacra, se spesa per i fratelli e per quell'ideale che prese il cuore di Rebora, tanto ad immedesimarsi nel Cristo sofferente,vivendo il dolore della vita di tanti fratelli, dopo la  maturata conversione religiosa.

Ecco la lirica:

O ferito laggiù nel valloncello
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.

Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,

pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,

e conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio

Grazie, fratello.

La poesia, con stremato realismo, conduce il lettore sull'istante vissuto dal soldato.

La tensione umana, carica di ansia, sembra però smorzarsi in quel verso finale che rende gli uomini fratelli nel dolore e che il poeta troverà vicini nell'adesione al Cristo, come meta di quel cammino, finalmente, trovato nella Risurrezione.

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