Io, fotografo di Karol Wojtyla vescovo. "Quando c'era lui, il male non era così brutale"

Adam Bujak, il fotografo dell'Arcivescovo Karol Wojtyla
Foto: AB
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“Quando c’era San Giovanni Paolo II, il male non aveva il coraggio di agire in modo brutale come fa oggi”. Adam Bujak è stato il fotografo di San Giovanni Paolo II quando questi era ancora Karol Wojtyla, ed era arcivescovo a Cracovia. Aveva 22 anni quando cominciò a seguire il giovanissimo arcivescovo chiamato a presiedere sul Wavel. Oggi, continua a lavorare. Ma ha anche tante storie da raccontare. È il momento di aprire il libro dei ricordi.

“Avevo 22 anni quando ho fatto le fotografie della prima Messa dell’arcivescovo Wojtyla sul Wavel. Non c’è stata una grande festa, come si usa oggi, con migliaia di fedeli. È stata piuttosto una cerimonia intima, senza folla. Quello che notai subito è che l’arcivescovo Wojtyla non vestiva i soliti abiti. Per la prima volta nella sua vita – e non lo fece mai più – vestiva con tutta la sua dignità di vescovo, con una tonaca viola e il mantello di ermellino bianco e in testa un cappello viola. Non l’ho mai più visto vestito in quel modo”.

“Di quella celebrazione, non ho conservato nessuna foto. Non so i negativi che fine abbiano fatto. Ho conservato solo un paio di scatti, all’ingresso e all’uscita”.

“Quando poi fu consacrato cardinale, nel 1967, la situazione fu diversa. Era appena tornato dal Concilio Vaticano II, e a celebrare il nuovo porporato sono venuti in moltitudini, in migliaia. Sembra strano, in un'epoca senza telefoni cellulari, televisione, senza l’informazione da parte dei giornali. Eppure anche allora le persone sapevano riunirsi, sapevano quando stava succedendo qualcosa di importante”.

“Le sue omelie erano vibranti, e allo stesso tempo familiari. Ho potuto vedere il grande affetto che la gente aveva per lui a Cracovia, ma anche a Jasna Gora, quando vi si recò per le celebrazioni del Battesimo della Polonia. Ho capito subito che San Giovanni Paolo II era speciale, ma sapeva anche essere molto vicino alle persone. Nonostante la sua grande intelligenza, tutte le cose che conosceva e l’autorità che aveva, non ci metteva a distanza”.

“Io ho sempre portato la barba, ma una volta mi rasai completamente. Il 3 maggio 1966, proprio durante le celebrazioni del Millennio del Battesimo della Polonia. Eravamo a Jasna Gora. Wojtyla scese all’altare, mi si avvicinò e mi disse: ‘Bujak senza barba! Non è Bujak?’ E’ stato un evento indimenticabile.”

“Non sono mai stato il fotografo ufficiale di Karol Wotjyla. Però ho documentato i passi del suo ministero. Sentivo una grande simpatia per lui, un grande amore filiale. Molti hanno ricevuto da lui in termini intellettuali, spirituale. Ma io ho avuto qualcosa di più umano. Le sue parole hanno introdotto in una festosa atmosfera di solennità, anche nei giorni ordinari”.

“Per un periodo, ho portato con me la talare bianca di Giovanni Paolo II. Era il 1983, e tornavo da Roma con il professor Gabriel Turowski. Portavo gli abiti del Papa con me in Polonia. I pubblici ufficiali mi hanno chiesto cosa fosse il pacco che avevo in mano, e ho detto la verità. Non mi credevano, ma mi hanno fatto andare avanti. Quegli abiti sono andati a Wadowice, la città natale del Papa, dove sono ora parte del primo museo sulla vita di Giovanni Paolo II”.

“Ero sempre vicino all’arcivescovo di Cracovia, ed ero ovviamente sorvegliato dalla polizia segreta. Ma non avevo idea se ci fossero o meno o agenti. Poi ho scoperto che alcuni collaboratori della Curia erano agenti, e dopo anni si è scoperto che anche a Roma ero circondato da un gruppo di agenti segreti, alcuni vestiti con una tonaca”.

“Mi ricordo l’ultimo viaggio di Giovanni Paolo II nel 2002, nel Messico dominato dai massoni. Giornalisti e fotografi che accompagnavano il Santo Padre sono stati portati in uno strano museo situato nei pressi della Cattedrale. Era la sede del Museo della Massoneria. Una cosa disgustosa: le immagini appese alle pareti colpivano e ferivano fortemente la dignità dei cattolici. Alcune erano estremamente blasfeme. Solo dopo aver visitato il Museo siamo stati portati nella cattedrale”.

“Quando, nel 1989, sono stato in Unione Sovietica per preparare l’album ‘Russia. Mille anni di cristianesimo’ ho riferito al Santo Padre di aver sentito che la Russia è come tutta una mano, e la Polonia come una piccola unghia della mano, facile da schiacciare. Era il pensiero imperiale della Russia, che Giovanni Paolo II non condivideva”.

“Oggi, gli attacchi al cristianesimo sono tantissimi. La famiglia è distrutta, sono distrutti i valori della cultura cristiana, della cultura della vita. Viene promossa solo la cultura della morte. Ma mentre Giovanni Paolo II era in vita, il male non ha mai avuto il coraggio di agire in maniera brutale come fa oggi. Sarà un lavoro enorme per la prossima generazione, e una sfida, ristabilire l’autorità di San Giovanni Paolo II”.

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