IOR, una sentenza da capire

L'Istituto per le Opere di Religione
Foto: CNA Archive
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Le agenzie di stampa hanno dato risalto al fatto che per la prima volta in Italia dirigenti dell’Istituto delle Opere di Religione (lo “IOR” erroneamente detto “banca vaticana”) sono stati condannati per una violazione delle norme antiriciclaggio. Ma questo è solo un lato della storia. In realtà, Paolo Cipriani e Massimo Tulli, direttore generale e suo vice ai tempi dei fatti, sono stati riconosciuti colpevoli di solo 3 dei 9 capi di imputazione. E sono 3 capi di imputazione minori rispetto a quelli che costituivano l’impianto principale del processo e che avevano catturato l’attenzione dell’opinione pubblica.

La storia inizia con un sequestro preventivo adottato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma nel 2010. Il sequestro era stato disposto perché lo IOR non avrebbe fornito le informazioni necessarie al Credito Artigiano (ora Credito Valtellinese) per attuare gli obblighi di “adeguata verifica rafforzata” (vale a dire l’identificazione del titolare e dell’origine dei fondi) previsti dalla normativa antiriciclaggio italiana, e applicati allo IOR, che in una comunicazione della Banca d’Italia alle banche italiane è qualificato come un ente situato in una giurisdizione non europea, che sempre la Banca d’Italia considera a regime antiriciclaggio “non equivalente” a quello italiano.

Dopo l’adozione delle Legge n. CXXVII (la prima legge antiriciclaggio vaticana), nel mese di giugno 2011 la Procura adotta un decreto di revoca del sequestro preventivo, che secondo l’ordinamento penale italiano è adottato quando “risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità”. Da notare la singolarità del provvedimento: il dissequestro sarebbe stato motivato con l’adozione di una legge generale. Ma sarebbe stato questo sufficiente a colmare la presunta carenza di informazioni nel caso concreto? Evidentemente no. Si trattava forse di un messaggio per le Autorità Oltre Tevere?

Sta di fatto che la Santa Sede ha avviato una riforma del sistema antiriciclaggio, inclusa l’abrogazione e sostituzione della Legge n. CXXVII, anche sulla base delle perplessità manifestate dal Comitato Moneyval del Consiglio d’Europa, al quale la Santa Sede ha aderito nel 2011.

Un cambio di marcia, quest’ultimo, che sembra indicare il passaggio da una prima fase, segnata da soluzioni legislative forse condizionate dall’urgenza di risolvere problemi concreti a livello bilaterale, ad una seconda fase, orientata ad una politica più ampia e tesa allo stabilimento di un sistema stabile nel lungo periodo.

Basti citare l’adozione della Legge n. XVIII del 2013 e il rafforzamento dell’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) con un nuovo Statuto approvato da Papa Francesco lo stesso anno. Il messaggio sembra chiaro: la Santa Sede traspone norme sulla base di impegni assunti a livello internazionale e non sulla spinta di questioni bilaterali. Inoltre lo IOR è vigilato da Autorità interne della Santa Sede, in concreto l’AIF, quindi la sua attività non è al vaglio di autorità estere, incluse quelle italiane.   

Al 2013 risale la stipula di un protocollo di intesa tra l’AIF e la UIF italiana, quindi nel 2014 i fondi sequestrati nel 2010 sono rimpatriati in Vaticano. Quando i fondi furono rimpatriati, lo IOR rilasciò un comunicato che sottolineava come “il rimpatrio dei fondi è stato ora reso esecutivo anche per effetto dell’introduzione da parte della Santa Sede, avvenuta nel 2013, di un solido sistema di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo e di vigilanza. Sistema riconosciuto dal comitato MONEYVAL del Consiglio d’Europa nel dicembre 2013”.

Eppure, nonostante il rimpatrio dei fondi, continuava il processo a Cipriani e Tulli. C’erano altre operazioni (per un totale di 155) che erano state messe sotto la lente di ingrandimento dei magistrati italiani. Il tutto si era poi ridotto a sette capi di accusa. 

Oltre ai famosi 23 milioni, i capi di accusa riguardavano i trasferimenti di 220 mila euro disposti da tale Giacomo Ottonello; 100 mila euro da tale Giuseppina Mantese; 120 mila euro dalle Piccole apostole della Carità; 66 mila 133 euro da Antonio D'Ortenzio; 70 mila euro da tale Lelio Scaletti (ex direttore generale dello IOR, recentemente scomparso); 100 mila euro da Lucia Fatello; 250 mila euro dalla rivista “La Civiltà Cattolica”.

Buona parte di questi trasferimenti - è da notare -sono riconducibili ad una congregazione religiosa, ad una rivista di proprietà di una Congregazione religiosa (i Gesuiti) e ad un ex dirigente vaticano.

Il processo è andato così avanti, nonostante la realtà fosse nel frattempo radicalmente mutata, in un modo che forse avrebbe offerto la possibilità di chiarire la vicenda e individuare l’origine e la titolarità dei fondi trasferiti sui quali si era concentrata l’attenzione degli inquirenti italiani, come è accaduto con i 23 milioni sequestrati e rimpatriati nel 2014.  

Non è rimasto quindi ai giudici che concentrarsi su condanne minori, infliggendo a Cipriani e Tulli rispettivamente quattro mesi e 10 giorni di reclusione.Molto meno delle richieste del pm, Stefano Rocco Fava, che aveva chiesto la condanna di Cipriani ad un anno di reclusione e di Tulli a 10 mesi. D’altronde, il pm probabilmente non si attendeva tutti questi sviluppi.

C’è da attendersi un ricorso in appello. E forse si potrà chiarire finalmente una vicenda che oggi ha del surreale, ma che è indubbiamente complessa come all’epoca dei fatti erano complesse le relazioni finanziarie tra lOR e le banche italiane, che oggi dovrebbero confidare su canali stabili di collaborazione dell’AIF con la UIF e la stessa Banca d’Italia, a seguito del protocollo siglato nel 2016. 

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