Iraq, quando fuggire equivale a salvarsi la vita

Duhok, Campo rifugiati di Sharia - 28 marzo 2015
Foto: Daniel Ibañez / Catholic News Agency
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Erano circa mille le persone che hanno partecipato alla veglia di Pasqua ad Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Quella tenda è stata costruita per loro, e si celebra lì la Messa ogni domenica. Nella notte di Pasqua, c’era il Cardinal Fernando Filoni, che ad agosto era stato in Iraq come inviato speciale del Papa, a celebrare. Poi, nel giorno di Pasqua, Filoni ha celebrato a Sulemainja, doe quasi 400 famiglie cristiane hanno partecipato. La storia di ciascuno di loro non va dimenticata.

AciStampa ha conosciuto queste storie in Iraq, partecipando ad un viaggio organizzato dal Pontificio Consiglio Cor Unum tra Erbil e Duhok, dal 26 al 29 marzo. Il senso di precarietà dei due milioni e mezzo di sfollati, assistiti dalle varie strutture caritatie, non si può descrivere davvero. La Messa resta per alcuni l’unico momento di affermazione della propria identità. Soprattutto, l’unico momento in cui aggrapparsi alla speranza che le cose cambieranno. Ed è il momento iin cui ognuno affida la sua storia personale, i suoi pesi, direttamente a Dio.

Ci sono due anziani che risiedono nell’edificio di Nishtiman Bazaar, a Erbil. Vengono da Karmles, ed erano stati catturati dallo Stato Islamico mentre staano per scappare delle loro case. I militanti dello Stato Islamico non raggruppano solo le donne in case. Raggruppano anche gli anziani. I due sono rimasti prigionieri di una diqueste case per cinque giorni. Poi, gli è stata data la possibilità di convertirsi all’Islam, lasciare la zona, oppure essere uccisi. Hanno deciso di partire.

Ma non è stata una partenza semplice. È stata piuttosto una scelta coraggiosa. I due – già anziani – non avevano una macchina, e muoversi a piedi può essere estremamente difficoltoso nella caldissima estate irachena. Sono partiti a piedi, con un gruppo di altre persone, ma sono rimasti indietro, perché il passo non era più quello della gioventù. L’uomo cadeva continuamente per terra dalla fatica, tanto che la gamba è rimasta ferita. A quel punto, la donna lo ha douto trascinare da sola, perché non lo poteva portare in braccio, ma non voleva lasciarlo indietro.

Per fortuna, dopo un po’ una suora del gruppo ha avuto la sensazione che loro fossero rimasti indietro ed è tornata indietro. L’uomo è stato messo in una sorta di ‘carro’, un rudimentale apparecchio per poterlo trascinare, finché sono riusciti ad arrivare ad Erbil. Ma la gamba era così rovinata che è stata poi amputata.

Poi, c’è il dramma degli Yazidi. Nora Murad, 37 anni, con il marito di 55 anni sono stati sfollati il 3 di agosto scorso da Sinjar, dove vivevano. Ora vivono ad Ozal City, in uno dei tanti edifici non terminati. Erano partiti a piedi alle dieci del mattino per raggiungere le montagne. Non avevano altro con sé che i loro vestiti.

I miliziani dello Stato Islamico sono comparsi sulla loro strada lungo il cammino. I bambini erano spaventati. La loro casa era stata distrutta, tutto ciò che c’era era stato rubato. Sono rimasti nelle montagne del Sinjar per 9 giorni, poi hanno progettato di scappare verso la Siria a piedi. Da lì, si sono mossi verso Zakho. Non avevano né acqua né cibo, il sole era caldissimo (le temperature toccano persino I 50 gradi), alcuni bambini sono crollati a causa della sete e della fame. A Zakho hanno cercato aiuto, si sono ripresi. Poi, sono partiti per Erbil. Dove la vita non è facile. Il bambino più vecchio ha 17 anni. Ha dovuto lasciare la scuola e trovare un lavoro, per aiutare la famiglia.

Perché la vita degli sfollati non è gratuita. Gli aiuti arrivano, ma si deve contribuire alle spese. La diocesi ha messo su tre nuove cliniche per aiutare gli sfollati, si progetta  di costruire – con i fondi dell’8 per mille – una Università Cattolica nel territorio… ma tutto questo ha un costo. Anche affittare il posto dove si sta provvisoriamente, in case da rifinire che rappresentano una risorsa per il 35 per cento degli sfollati.

Come per Gerges Fares, 49 anni, e la sua famiglia di cinque persone. Cristiani provenienti da Karmles, sfollati l’8 agosto, che ora vivono ad Ankawa, in una casa in affitto.

Anche la loro, una storia di ordinaria follia. Il 6 di agosto era stato detto alle persone di Karmles di non lasciare le loro case. Tanto che, quando alcuni avevano lasciato le loro case la mattina dopo, la popolazione era sorpresa. Poi, l’8 agosto, il signor Fares rimase ancora più shockato: alle 7 di mattina guardò fuori dalla finestra, e vide i mezzi militari dell’ISIS entrare nella loro città. Così corse a casa per preparare poche cose e lasciare la città. 

I miliziani dell’ISIS lo videro. Così, lo fermarono, lo minacciarono, chiesero a lui e alla sua famiglia perché stessero partendo. Fares rispose che non c’era né acqua né cibo, e per questo motivo furono lasciati andare. Ma al checkpoint successivo furono loro puntate le armi, e furono minacciati perché cristiani. Riuscirono comunque a passare il checkpoint, e arrivarono al checkpoint di Kazhir, che era presidiato dai peshmerga. Lì trovarono finalmente aiuto.

Alla Messa del Cardinal Filoni, la notte di Pasqua, c’era questo incrocio incredibile di storie. Storie purtroppo ormai ordinarie in un Iraq sempre in conflitto. E intanto lo Stato Islamico ha ripreso ad attaccare la Siria.

Ti potrebbe interessare