Kenia: il dolore non basta, serve difendere i cristiani

Monsignor Anthony Muheria, vescovo di Kitui, Kenya
Foto: Daniel Ibañez/ CNA
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L’Africa è un continente che non è in primo piano nelle agende dei media. O meglio lo è solo quando accadono atti violenti e sanguinosi. O quando le ricchezze naturali del continente vengono sfruttate. Come accade oggi con l’azione della Cina che da anni ormai   ha intrapreso una nuova colonizzazione.

A raccontare le vicende del Kenia sono i vescovi del paese. Lo hanno raccontato al Papa in occasione della visita ad limina. Con Papa Francesco gli incontri hanno cambiato stile. Non incontri separati di dieci, quindici minuti, ma un paio d’ore di dibattito comune. Monsignor Anthony Muheria, Vescovo di Kitui è uno di loro. Ha portato al Papa i temi più pressanti della sua nazione, della sua gente, dei cristiani che in Kenia oggi sono obiettivo degli islamisti. “ Dobbiamo avere il coraggio, noi cristiani, di parlare in difesa dei cristiani. Oggi invece in Europa e in America sembra quasi che ci si vergogni di farlo!” E’ molto netto il vescovo africano. La strage che ai primi di aprile ha strappato 150 giovani vite è un dolore che rischia di provocare reazioni difficili da controllare. “ In molti paesi si sono detti addolorati per noi, a quasi nessuno ha avuto il coraggio di condannare chi l’ha compiuta” dice Muheria. Il Kenia ha una Chiesa viva, attiva ricca di vocazioni, ma non basta. Il rischio  è che le reazioni diventino incontrollabili. Anche per questo non sono stati fatti grande funerali comuni per le giovani vittime, per evitare che si  innesti un circuito violento di vendetta.

La verità è che nessuno sa di fatto chi ci sia dietro a questi gruppi islamisti. Si sovvenzionano con rapimenti e piraterie, qualcuno dice che dietro c’è L’ Arabia Saudita e il traffico delle armi. Ma non ci sono certezze. Intanto i terroristi cercano di reclutare quanti più giovani possibile e ci riescono con un vero e proprio lavaggio del cervello e con la promessa di soldi che possono aiutare famiglie in difficoltà.

“ Il compito della Chiesa è predicare il perdono e il valore della vita, dice il vescovo di Kitui,  un impegno che condividiamo con tutte le confessioni cristiane”.

Ma il governo è assente, e la libertà religiosa è messa in discussione anche dalla presenza di aziende cinesi che hanno come obiettivo solo gli affari e pur non essendo specificamente contro la religione ne rendono difficile la pratica per i loro dipendenti.

In Kenia però non si parla solo di violenza. Si parla di famiglia e si prepara il Sinodo di ottobre. “ Noi non entriamo nelle polemiche che ci sono su certi argomenti. Per noi i problemi sono altri, dalla poligamia ai problemi delle diverse religioni all’interno di una stessa famiglia” dice il vescovo.

Serve una attenzione speciale, e una occasione potrebbe essere la prossima beatificazione di una suora italiana Irene Stefani, al secolo Mercede Stefani che in Kenia ha trascorso la vita e dove il 31 ottobre 1930 a soli 39 anni morì. Fu Benedetto XVI a riconoscerne le virtù teologali e cardinali e ora sarà la prima beatificazione che si celebrerà in Kenia. Una occasione per i cristiani di farsi vedere con coraggio. E una occasione di rimettere nelle prime righe dell’ agenda mediatica l’Africa e il Kenia.

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