L' Africa che attende il Papa secondo il cardinale Robert Sarah

Il cardinale Robert Sarah con il suo libro "Dio o niente"
Foto: Gianluca Gangemi /CNA
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La scorsa settimana anche a Roma è stato presentato il libro del cardinale Robert Sarah “Dio o niente”. Un evento molto familiare con presenze illustri come il cardinale George Pell, e gli arcivescovi Gänswein e Fisichella che hanno presentato il libro.

Un' occasione speciale per fare delle domande a fine conferenza al cardinale Sarah.

Quanto è differente l’ Africa che visiterà Papa Francesco da quella che visitò Giovanni Paolo II quando Robert Sarah era un giovane vescovo della Guinea Conakry?

“ L’Africa è la stessa, cioè un continente di credenti. Paolo VI ha detto che la patria di Cristo è l’ Africa, e Papa Benedetto ha ricordato che il polmone spirituale dell’umanità è l’Africa. E l’Africa è un continente di uomini che credono nella sofferenza, una sofferenza che viene da noi stessi, noi africani, ma anche che viene da altre persone che sfruttano il continente dando agli africani armi per combattere tra di loro. Il Papa troerà un’Africa con più sfide perchè oggi per aiutare l’ Africa molti occidentali dicono: se accettate la nostra politica, la nostra ideologia allora vi aiutiamo. Più della metà dei 52 governi dei paesi africani sono obbligati a creare un “ministero del gender” per diffondere la ideologia del gender. Se non lo fanno, nessun aiuto. E per questo la Chiesa ha un ruolo molto importante, per educare, informare e per resistere a tutte le ideologie che distruggono l’uomo e la vita. Papa Francesco visiterà l’ Uganda, il primo paese che ha conosciuto il martirio, e ancora oggi il continente africano conosce il martirio. Ogni giorno quando un cristiano va in Chiesa, in Nigeria, non sa se torna a casa vivo. E così in Egitto, in Eritrea, in  in Mali, Centrafrica, Kenia. Ma troverà un continente gioioso, che canta, che balla perché la vita è bella malgrado la sofferenza. E troverà anche delle sorprese, dovrà imparare a conoscere questo continente, che non è l’ America Latina, è molto differente.”

Uno dei temi che il Papa affronterà nel suo viaggio è quello del dialogo tra cristiani e mussulmani. C’è un punto in cui il dialogo non è più possibile o è sempre possibile?

“ Dobbiamo provare a dialogare sempre. Perché il Concilio Vaticano II ci esorta a dialogare con le altre religioni. Però posso raccontare la mia esperienza africana: molte volte ho parlato con i vescovi del Sudan. Per i musulmani del Sudan un cristiano è meno di un cane, è legna da bruciare. Allora come dialogare con questa mentalità ? Il dialogo è molto difficile con l’Islam che ha la convinzione che è l’ultima Rivelazione. Noi dobbiamo tutti essere musulmani, questo è l’obiettivo. Con la guerra, con il denaro. Ma nonostante tutte le difficoltà noi dobbiamo sempre cercare di dialogare anche se non è sempre facile e possibile. Con gli estremisti non c’è dialogo. Ma noi non dobbiamo stancarci perché anche il Signore dialoga con noi anche se siamo difficili. L’uomo è difficile però il Signore non si stanca di dialogare con noi attraverso la sua parola, attraverso la preghiera, attraverso l’insegnamento della Chiesa. Questo è un dialogo che non finisce mai anche se è difficile. Però il dialogo con l’Islam non è facile. Dipende dal luogo, dalla tendenza musulmana, non tutti possiamo dialogare con tutti.”

C’è poi il tema della crescita della Chiesa in Africa molto più intensa che in Europa da cui pure partirono i missionari che hanno portato la fede in Africa. Come si vive questa realtà?

“ Abbiamo la grazia di essere il continente più aperto al cristianesimo. Nel 1900 c’erano solo 2 milioni di cattolici, oggi siamo quasi 200 milioni. E ci sono tante vocazioni al sacerdozio, alla vita religiosa, tanti catechisti, tante conversioni. Uno sviluppo che continua malgrado le difficoltà enormi, povertà estrema, malattie, guerre. Penso che attraverso le difficoltà cresce il cristianesimo, perché la crescita del cristianesimo è legata alla croce. Queste difficoltà possono aiutare la crescita della fede. E può essere una occasione per noi di essere missionari verso l’Occidente. Però per mandare un missionario in Occidente bisogna preparalo bene. Perché troverà un ambiente culturale che non è spesso aperto al cristianesimo. Quando i missionari venivano da noi trovavano un popolo aperto al mistero. Noi non conosciamo l’ateismo. Abbiamo una apertura al trascendente e non è lo stesso in occidente. Deve essere un uomo maturo umanamente e spiritualmente. Io penso che oggi possiamo aiutarci a vicenda. Voi potete aiutare noi africani perché avete una lunga esperienza teologica e spirituale, potete aiutare una Chiesa giovane e noi possiamo anche aiutarvi”.

 

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