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La Chiesa vicino ai terremotati

La messa nel piazzale davanti alla Abazia di Fiastra  |  | Abazia di Fiastra La messa nel piazzale davanti alla Abazia di Fiastra | | Abazia di Fiastra

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel tardo pomeriggio di mercoledì 2 novembre è atterrato all’aeroporto di Perugia per visitare Norcia e Camerino, le due città colpite dal terremoto di fine ottobre ed ha rincuorato la popolazione, promettendo il proprio impegno per una rapida costruzione.

Nel frattempo la situazione è drammatica, in quanto metà popolazione ha la casa inagibile e alcuni paesi, come Visso, Ussita, Pievebovigliana… sono totalmente evacuati. E la Coldiretti ha lanciato l’allarme in quanto il terremoto rischia di cancellare le circa 220.000 presenze turistiche che si registrano ogni anno nella zona dei Monti Sibillini, tra le province di Macerata, Ascoli Piceno, Fermo e Perugia, devastate dal sisma, invitando gli italiani ad assaggiare le prelibatezze della zona umbro marchigiana. Però, nei giorni terribili del terremoto i vescovi sono stati vicino alla gente per infondere la speranza della presenza della Chiesa.

Il vescovo della diocesi di Spoleto e Norcia, la cui chiesa di san Benedetto è crollata, si è commosso di fronte alla disperazione di chi ha perso tutto: “Siamo profondamente scossi, feriti nel fisico e nel morale, ma non dobbiamo cedere alla paura e alla rassegnazione. Ringraziamo Dio che ancora una volta ha protetto tante vite umane. E’ andato perduto per sempre il nostro inestimabile patrimonio di fede, di arte e di storia, ma adesso vengono prima di tutto le persone, le comunità civili e religiose alle quali la Chiesa è vicina con la preghiera e con gesti concreti di solidarietà. Con l’aiuto di tutti bisogna guardare avanti. Le parole servono a poco, le persone vanno abbracciate e incoraggiate a ripartire nuovamente… Il compito della Chiesa è quello di sostenere la speranza, ascoltare gli sfoghi e asciugare le lacrime”.

Anche dalle Marche arrivano messaggi di sostegno alla popolazione da parte dei vescovi delle diocesi colpite dal terremoto, che hanno aperto le chiese per accogliere chi è rimasto senza casa. Dalla diocesi di Camerino e San Severino, che è quella più colpita dal recente terremoto, mons. Francesco Brugnaro, ha raccontato i suoi giorni da terremotato: “Vivo anch’io da sfollato e capisco fino in fondo i disagi di questa gente, stremata dalle continue scosse. Nei giorni scorsi ho mangiato con un gruppo di persone raccolte presso l’ostello di San Ginesio prima di trasferirsi verso le zone della riviera. Tutto il territorio diocesano, con la sua gente così provata, è affranto, alcuni luoghi caratteristici, penso a Caldarola, ad esempio, sono completamente distrutte, le opere artistiche del territorio sono a fortissimo rischio, se non addirittura irrecuperabili. Ora, prima di tutto, siamo chiamati a stare vicino a chi sta soffrendo in questo momento e non ha una casa dove trovare accoglienza”.

Dall’arcidiocesi di Fermo, che accoglie nelle strutture alberghiere molte persone dell’entroterra maceratese, mons. Luigi Conti ha lanciato un messaggio di speranza: “Pur nella forte prova, rimane possibile vivere nella gioia e nella pace di Cristo. Prima di tutto, in questi giorni, il nostro sentire diventa il medesimo. Nelle sensazioni dell’angoscia, della precarietà e della paura tutti sperimentiamo la fragilità della nostra vita ed il forte desiderio di affidarci a Dio ed invocare il suo amore e la sua misericordia. La sua mano sia con noi e custodisca la nostra vita. In secondo luogo in questi giorni si sta manifestando una forte carità: è la carità con la quale le strutture e le parrocchie della zona costiera stanno accogliendo coloro che il terremoto ha costretto ad allontanarsi dalla propria terra, è la carità che spinge le famiglie ad aprire le porte, è la carità che ha spinto i monasteri ad accogliere altre monache che hanno visto i loro monasteri inagibili.

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Da una parte sono con voi, in particolare con tutti coloro, laici, presbiteri, religiosi e monache che hanno perso la propria casa, nel condividere il disagio di questo momento e la paura che a volte può suscitare, dall’altra ringrazio il Signore per quanto lo Spirito sta suscitando in termini di accoglienza e disponibilità. Vi incoraggio a perseverare perché nella fragilità dell’esistenza e delle strutture risplenda la compattezza di una Chiesa di pietre vive, che siamo noi”. Dalla diocesi di Ascoli Piceno, le cui città sono state colpite dal terremoto del 24 agosto, mons. Giovanni D’Ercole ha invitato la popolazione a non perdere la speranza: “Il compito della Chiesa è soprattutto quello di testimoniare la vicinanza e la solidarietà alle persone che sotto le macerie hanno perduto tutto cercando anche di ridare fiducia e speranza ai tanti che vivono nella paura e nella precarietà per il perdurare del fenomeno sismico. Cerchiamo in tutti i modi di coinvolgere chi può nell’azione di sostegno ai terremotati che ormai sono in diocesi circa 10.000.

L’importanza è non perdere lo stile della solidarietà: su questo la nostra Chiesa locale, insieme a tutte le realtà che stanno operando per i soccorsi, vuole impegnarsi ed ha attivato una rete di condivisione fra tutte le associazioni. Il secondo passo sarà quello di impegnarsi nella ricostruzione: il terremoto ci sfida e ci interroga su come ricostruire non solo materialmente le case ma anche e in primo luogo le comunità. Da questo punto di vista il terremoto da evento funesto diventa anche occasione provvidenziale per un nuovo rilancio umano, sociale, economico e spirituale della diocesi. Per ora invito tutti a pregare e a mantenere accesa la fiamma della fiducia in Dio e nelle istituzioni impegnate sul campo”. E nella celebrazione della festa dei Santi, il vescovo della diocesi di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, ha affermato che Dio è vicino a chi soffre: “Il cuore del Vangelo sono le Beatitudini, quelle che abbiamo ascoltato. Che cosa dicevano le religioni prima della venuta di Gesù, che cosa insegnavano? Sostenevano che: se ti va tutto bene, vuol dire che Dio ti vuole bene; se ti va male, vuol dire che Dio ce l’ha con te. Questo insegnavano e qualche religione ancora lo insegna.

Per cui, a chi succede un disastro, e ce ne sono anche tra noi, pensa magari che anche Dio che ce l’ha con lui. Invece la prima cosa che le Beatitudini ci dicono è che questo non è vero; Dio non ce l’ha con noi! Dio non ce l’ha con noi, anzi ci mette per primi! Primo di tutti, il Signore sta al fianco di chi soffre e non manda le disgrazie… Anch’io sono vicino a voi, in mezzo a voi, proprio in mezzo e sono orgoglioso di questa nostra gente. Ieri sera ho fatto il giro dei centri di accoglienza, come sto facendo in questi giorni, e sono tanti i luoghi dove si stanno accogliendo le persone che non possono stare in casa, che non ce la fanno a stare tra le mura domestiche durante la notte. Sono stato soprattutto a Tolentino, dove due parrocchie più altri centri sono aperti per accogliere gli sfrattati. E c’è chi mette le brandine, chi distribuisce le coperte, chi cucina… C’era una signora che stava in cucina, e mi ha detto che le avevano consegnato un minestrone già pronto, ma non era granché: ‘Come si fa a tirargli su il morale con un minestrone così? Allora ci siamo messe insieme, abbiamo unito le esperienze, abbiamo aggiunto qualche ingrediente speciale ed adesso… quasi si mangia!’.

Sono orgoglioso della nostra gente, perché nella nostra gente c’è speranza. ‘C’è speranza’, mi dicevano delle persone che stanno molto peggio di noi: quelli che vengono dall’epicentro più grave del terremoto e che sono stati accolti nei camping a Porto Recanati”. Al termine dell’omelia mons. Marconi ha invitato i fedeli a recitare ogni giorno la preghiera dell’Angelus: “Tutti abbiamo bisogno di essere consolati, ma tutti possiamo consolare, tutti possiamo dare una mano, un ascolto. Tutti possiamo pregare. Perciò vi chiedo una cosa sola: per non perdere questo senso di unità, alla fine della Messa faremo la preghiera dell’Angelus, che si fa tutti i giorni a mezzogiorno. Vi chiedo, in questi giorni a mezzogiorno di fare la preghiera dell’Angelus. Di farla insieme, dove siamo. Chi non può fermarsi a lungo dica almeno un’Avemaria a mezzogiorno. Chi può, si fermi e faccia la preghiera dell’Angelus seguita poi da una decina del Rosario”.

E nuovamente le clarisse sono state costrette a lasciare nuovamente il monastero di Camerino, in quanto è completamente inagibile ed inserito nella ‘zona rossa’: “Per questo il nostro ritorno sarà possibile solo quando verrà ritirata l’ordinanza. Nonostante questo rimane vivo e forte il nostro desiderio di essere lì, con tutti loro, appena questo sarà reso possibile, per essere un segno di preghiera, di speranza e di abbandono totale nelle mani del Padre; essere lì per testimoniare, pur con tutta la nostra fragilità, che è proprio vero: ‘Il Signore non abbandona il Suo popolo perché Egli è il Dio fedele!’. Siamo ormai camerinesi a tutti gli effetti, e con questo popolo desideriamo condividere la stessa sorte: ‘l’esilio’, la distruzione della propria casa, delle amate chiese e infine delle attività commerciali, con il disagio economico che questo comporta per tutti. Vogliamo viverlo insieme a loro, ai nostri amici che non hanno più niente e sperimentano la ‘disperazione’, cioè la vera e propria mancanza di speranza di risorgere dalle macerie. Lo vivremo con loro, tra le lacrime e in ginocchio, con la consapevolezza che la ricostruzione di un’intera città sarà molto dura e faticosa per tutti.

Dobbiamo ringraziare il Signore per essere rimaste illese, perché questi terremoti hanno distrutto gli edifici ma hanno lasciato in vita le persone, le quali hanno sperimentato la nostra medesima tremenda paura e il nostro stesso sgomento… Vi chiediamo di esserci ancora vicini con la preghiera e con quel grande affetto che da sempre siete stati capaci di regalarci e dimostrarci. A quanti ci chiedono di che cosa abbiamo bisogno rispondiamo con semplicità che ci sarebbero utili indumenti invernali tipo maglie di lana girocollo, calzamaglie-fuseaux e pigiami taglie comode”.

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