La comunità Papa Giovanni XXIII attende il Papa in Iraq, con speranza

Intervista a Stefano Fecchi, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII che opera in Iraq

La comunità Giovanni XXIII a Baghdad, lavoro in giardino
Foto: Comunità Giovanni XXIII
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La comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, attende con gioia Papa Francesco in Iraq. Purtroppo, a causa delle restrizioni Covid, la comunità non sarà presente agli eventi, ma auspica che questo viaggio sia un punto di ripartenza per la terra irachena. Anche per i tanti disabili, accuditi dalla Comunità, che ogni giorno vivono emarginazione e difficoltà. ACI Stampa ne ha parlato con Stefano Fecchi, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII che opera in Iraq.

La comunità fondata da don Oreste Benzi, la Comunità Giovanni XXIII, come opera in Iraq?

Siamo presenti in Iraq dal 2015, in Baghdad, accogliendo l’invito dell’allora Nunzio Apostolico Mons. Lingua. Abbiamo preso in considerazione l’idea di aprire una casa per accogliere ragazzi disabili e poveri con diverse situazioni di disagio. Incontrando le suore di madre Teresa di Calcutta abbiamo iniziato a collaborare con loro, accogliendo in forma diurna, per diversi giorni della settimana, dei ragazzi maschi disabili, loro accolti, la cui età supera i 18 anni. Il progetto è poi quello di accogliere questi ragazzi in modalità residenziale, non appena riusciremo ad ottenere i necessari permessi governativi. Le difficoltà burocratiche e la grande instabilità politica dell’Iraq, non ci hanno ancora permesso di raggiungere questo obiettivo, che però vediamo molto prossimo, in quest’anno.

Come aiutate questi ragazzi?

Con questi ragazzi abbiamo iniziato a fare attività ludiche, attività lavorative domestiche come la pulizia del giardino, cucinare e pulire la casa, ma anche lezioni di Arabo irakeno, che uno di loro ci impartisce, nonostante il suo deficit visivo oltre che psicofisico, per poter dimostrare, come diceva il nostro fondatore don Oreste Benzi, che i disabili non sono oggetto di assistenza, solamente, ma soggetti di umanizzazione. Proprio per questo abbiamo iniziato a far delle passeggiate nella zona in cui viviamo, che hanno suscitato tanto stupore e apprezzamento nei passanti poiché i disabili nella loro cultura sono considerati un po' come era da noi 50/60 anni fa, da non mettere in mostra perché una vergogna, ad addirittura esclamazioni di lode ad Allah, da parte di un venditore ambulante, che diceva che quello che noi facevamo era ciò di cui aveva bisogno il paese e non i continui attentati e omicidi che si susseguivano. Con i ragazzi disabili abbiamo partecipato ad un Evento per la pace tenutosi, prima della pandemia, nei giardini in riva al fiume Tigri, così pure li abbiamo portati ad una festa di matrimonio di una coppia di nostri amici, attivisti sciiti, per dire con don Oreste che il grado di maturità di un popolo si vede da chi tiene il passo degli ultimi, dei più poveri. Per non lasciare indietro gli altri ragazzini della casa delle suore di madre Teresa di Calcutta, abbiamo iniziato ad attivarci anche nella loro casa, con attività di gioco con i più piccoli, e ludico ricreative con i più grandi, per poi arrivare a lezioni di scrittura per le ragazze che purtroppo non possiamo prendere in casa, vista la cultura contraria all’accoglienza eterogenea. A parte ciò teniamo i contatti e l’amicizia con giovani attivisti, impegnati in Ong o associazioni che operano per la Pace, la non violenza e la salvaguardia dell’ambiente, per intessere un dialogo. Oltre chiaramente la frequentazione sia della chiesa locale a cui apparteniamo ( il Rito latino) e alle altre chiese di rito cattolico orientale.

Qual è la situazione politica e sociale che si trovano i volontari a Baghdad? Riescono a fare bene le loro attività? Stefano, qual è stata la sua esperienza?

Il Paese politicamente è in una situazione di grande instabilità, qualcuno ha voluto dire che sembra di essere più in un periodo di anarchia che democrazia, ma soprattutto la condizione sociale del popolo è di grave precarietà, quasi sull’orlo di un collasso economico, soprattutto riscontrabile da dati che dichiarano che il 60% della popolazione vive d’espedienti e di misericordia, a fronte di un 40% in cui molti sono benestanti, altri appartenenti al mondo del lavoro pubblico anch’essi nella precarietà. I volontari stranieri oramai sono quasi tutti dovuti andar via da Baghdad, causa la sicurezza e la precarietà del Sistema che nell’ultimo anno ha visto un grande movimento di persone, manifestare contro un sistema corrotto e poco equo. Manifestazioni ridotte quasi al silenzio, oltre che dalla pandemia da una repressione piuttosto pesante, ad opera non tanto dello stato quanto delle Milizie, così che molti attivisti iracheni stessi, si sono ritirati nel kurdistan Irakeno, sicuramente più sicuro per loro. Chi è rimasto riesce a fare il suo lavoro, solo attraverso progetti di Ong che, accreditate nel paese, possono ancora operare, certamente con molta circospezione e cautela, soprattutto per la sicurezza.
La mia esperienza in seno alla Chiesa di rito latino è sempre stata positiva, nel rispetto della cultura; abbiamo vissuto sempre un’ incontro affabile con il mondo Irakeno, che a dispetto di come viene dipinto nei Network o media internazionali, dove sembra un inferno, ha manifestato nei nostri riguardi atteggiamenti di simpatia e amicizia, soprattutto da parte di chi si batte per un futuro migliore, laddove la gente che soffre pur vivendo l’insicurezza e il pericolo delle situazioni del paese, vive il tutto, purtroppo, come condizione di vita ma con coraggio e non ti fa mancare mai un sorriso, un benvenuto e un accoglienza affabile.

Di cosa ha bisogno l'Iraq ? C'è qualcosa che possiamo fare anche noi da qui?

L’Iraq ha bisogno soprattutto di pace e di stabilità politica. Ha bisogno che gli iracheni, liberi da influenze esterne e da milizie armate irregolari, possano determinare il loro futuro. Ha bisogno di diventare uno stato di diritto, dove la centralità è l’essere cittadino con pari diritti e doveri, e non l’appartenenza religiosa o etnica o tribale. L’Irak ha tanto bisogno che le tensioni interne al mondo musulmano vengano risolte mettendo al centro la Misericordia e la tolleranza, come insegna il sacro Corano, che le minoranze religiose siano tutelate e rispettate, che le religioni abramitiche imparino a guardarsi nell’amore e con rispetto. Certamente il Santo Padre si recherà in Iraq con queste preoccupazioni nel cuore. C’è bisogno che gli iracheni cristiani ma non solo non si sentano costretti a lasciare il paese a causa della poca sicurezza. Dall’Italia ci si può interessare alla situazione del paese, si possono accogliere profughi iracheni richiedenti asilo, si può fare pressione sul nostro governo perché l’Unione Europea non anteponga interessi economici o la vendita di armi alla richiesta del rispetto dei diritti umani e alla richiesta di contenere i fondamentalismi. Se si è credenti si può pregare per la pace!!

La comunità Giovanni XXIII di Baghdad come accoglierà Papa Francesco? Ci sarà qualche iniziativa in particolare?

La comunità Papa Giovanni XXIII accoglierà il Papa Francesco, come tanti irakeni cristiani e non, con quel desiderio di vedere che l’incontro del Santo Padre con le Istituzioni politiche e religiose generi nei cuori di chi ha in mano le sorti del paese, un sentimento di Fraternità volto alla Giustizia e a creare un paese dove le tante ed enormi diversità, etniche, religiose e culturali non siano un ostacolo all’unità ma siamo colori differenti di uno stesso arcobaleno di pace. Noi di Baghdad, purtroppo, non potremo partecipare tutti all’incontro con il Papa, molti sono gli esclusi, causa il Covid e le misure di sicurezza, ed anche se non saremo tra i partecipanti agli Eventi in Baghdad, saremo lo stesso lì con il Cuore. Diverso sarà invece in Erbil dove l’accoglienza sarà più calorosa, vista la maggiore sicurezza del Territorio, ma lì non potremo andare lo stesso perché le misure restrittive, vietano gli spostamenti di regione in regione.

 

 

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