La morte non è la logica conclusione dell’esistenza. XXXII Domenica del Tempo Ordinario

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Gesù
Foto: pubblico dominio
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Nel brano del Vangelo di questa domenica facciamo la conoscenza con i Sadducei. Costoro costituivano l’aristocrazia del popolo ebraico e sostenevano che non c’è resurrezione. I sadducei potrebbero essere equiparati ai materialisti di oggi, a coloro cioè che ritengono credibile solo quello di cui si ha esperienza sensibile. Per loro tutta la vita si gioca qui e ora.

I sadducei, dunque, con un esempio concreto, ritengono di mostrare ai credenti nella resurrezione che essa è ridicola ed assurda, frutto della superstizione popolare. La risposta di Gesù offre una prospettiva seria ed alta della vera vita dopo la morte. Dice Cristo: “Quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione non prendono né moglie né marito. infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poichè sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”.

Il Signore, innanzitutto, afferma con forza che il mondo nel quale noi viviamo non è l’unico. La morte non è la logica conclusione dell’esistenza. Esiste un altro mondo. Poi dichiara che la vita eterna non può essere concepita come una vita simile a quella terrena, quasi un prolungamento dell’esistenza presente. E ne offre le ragioni. Coloro che sono giudicati degni di entrare della vita eterna sono figli di Dio, appartengono a Lui, al cielo, all’ infinito. “Sono uguali agli angeli”, dice Cristo. Ossia vivono una vita diversa da quella attuale perchè divina ed immortale.

La fede nella risurrezione finale è tutta la vita del cristiano e si fonda sulla resurrezione di Cristo, la quale è un evento accaduto dentro la storia, ma che va al di là della storia. Tuttavia è bene ricordare che la risurrezione di Gesù sebbene vada al di là della storia, ha lasciato una impronta ben marcata in essa. E’ attestata da testimoni che hanno visto Cristo risorto, vivo: Maria Maddalena, gli apostoli, le donne, i discepoli di Emmaus, più di 500 persone, Paolo di Tarso. Da loro il Signore, dopo la sua morte, si è fatto toccare, con loro ha parlato, ha mangiato, li ha ascoltati. Così li ha persuasi che Egli è vivo e con il suo corpo trasfigurato vive definitivamente nel mondo di Dio.

Il Signore in cui crediamo è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei vivi, che non abbandona chi crede in Lui in potere della morte. La potenza di Dio che all’inizio operò la creazione dell’uomo dal nulla, alla fine opererà pure la sua risurrezione da morte; la quale è opera non della natura, ma della onnipotenza divina. “Tutto è possibile a Dio”.

Possiamo, dunque, affermare che il cristianesimo annuncia la morte della morte e la potenza e la certezza della risurrezione. La cultura di oggi, invece, si ostina a rifiutare tutto ciò che supera la nostra dimensione temporale- spaziale, ma in questo modo condanna l’uomo a subire la più pesante delle amputazioni. Infatti, senza Dio l’uomo non conosce se stesso, ignora la sua vera dignità e la sua vera grandezza perchè rimane ancorato alla terra e viene derubato della speranza.

 

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