La necessità di pregare. XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Il commento al Vangelo domenicale di S.E. Monsignor Francesco Cavina

Il giudice e la vedova
Foto: pubblico dominio
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Nella vita spirituale ci sono azioni divine che accadono una volta solo: così è, ad esempio, per i  sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Ordine sacro. Altre, invece, è necessario compierle molto spesso, come ad esempio perdonare, comprendere, accogliere; altre ancora, poiché appartengono alla quotidianità, possono venire sopraffatte dalla stanchezza, dall’abitudine e  dallo scoraggiamento: tra queste si colloca la preghiera. Per questa ragione, la Chiesa, nella liturgia della Parola di questa domenica, vuole aiutarci a comprendere l’importanza e la necessità della preghiera.

Nella prima lettura ci viene presentata la figura di Mosè che dall’alto del monte assiste alla battaglia del popolo ebraico contro Amalek. Ora, quando Mosè tiene alzate le mani è Israele che ha il sopravvento, ma quando Mosè le lascia cadere è Amalek il più forte. Il gesto di Mosè che solleva le mani al cielo è una delle immagini più forti e commoventi della preghiera. Infatti, con questo segno il credente trascende il tempo e lo spazio ed esprime il suo desiderio di Dio, testimonia che il cielo non è vuoto e che Dio, poiché non è sordo al grido di aiuto dell’uomo, esaudisce la nostra supplica. Al riguardo mi sembra, tuttavia, importante ricordare che il Signore non concede sempre tutto ciò che chiediamo, perché ha un’offerta migliore da proporci: lo Spirito Santo. Questo dono contiene tutti gli altri beni a cui possiamo aspirare. In Lui sono soddisfatti i nostri desideri, anche i più segreti.

Nel salmo responsoriale la Chiesa ci fa pregare con queste parole: “Il Signore   è il tuo custode…custodirà la tua vita…da ora e per sempre”. La preghiera ci fa vivere l’esperienza di sentirci custoditi da un Altro. Pertanto, la preghiera prima di essere un rapporto nostro con Dio è un rapporto di Dio con noi che ci chiama, ci interpella e ci chiede di accoglierlo come il custode della nostra vita, qui in terra e un domani nel paradiso.

Nonostante questa meravigliosa prospettiva, il brano di Vangelo si conclude con una terribile ed inquietante domanda di Gesù: “Ma il Figlio dell’uomo quando verrà, alla fine dei tempi, troverà la fede sulla terra?”. Il Signore, assumendo una carne come la nostra, si è fatto presente nella storia e si è messo alla ricerca  dell’uomo. Qualcuno lo ha definito il “Divino mendicante”. Come ha reagito l’umanità a tanta bontà? La storia umana, purtroppo, ci porta a dovere riconoscere che il cuore dell’uomo fa molto fatica a farsi mendicante  di Cristo. Le conseguenze di questo rifiuto di Gesù sono sotto i nostri occhi. Possiamo prendere come esempio i luoghi della Chiesa primitiva: Terra Santa, Asia minore ( Turchia ), Africa del Nord, terra di Sant’ Agostino. In queste terre la fede cristiana, una volta molto ricca, rischia di scomparire definitivamente se non lo è già. Stessa cosa in Egitto.

Il Signore oggi ci richiama a riconoscerci nella povera vedova del Vangelo, a salire sul monte, come Mosè, ad alzare le mani al cielo senza stancarci, a rivolgerci a Lui come figli bisognosi e ad affidarci alla Sua bontà paterna di cui abbiamo continuamente necessità per vivere. Il Santo Curato d’Ars racconta che al fondatore di un noto istituto per gli orfani, che lo aveva consultato sull’opportunità di realizzare una campagna di stampa per attirate l’attenzione della gente sulla sua opera, rispose: Invece di fare rumore sui giornali fallo alla porta del Tabernacolo.

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