La salvezza abbraccia il mondo intero. III Domenica di Pasqua

Il commento al Vangelo domenicale di S.E. Monsignor Francesco Cavina

La pesca miracolosa
Foto: pubblico dominio
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Del bellissimo brano di Vangelo di questa III domenica di Pasqua, che ci presenta l’apparizione di Cristo risorto a Pietro e ai discepoli sul lago di Tiberiade, vorrei soffermarmi su due particolari apparentemente insignificanti. Pietro, dopo che Giovanni ha riconosciuto nello straniero che si trova sulla riva del lago Gesù, compie un gesto per lo meno strano. E’ nudo, si “cinge” la veste attorno ai fianchi e si getta in acqua. Normalmente avviene il contrario. Tutti sappiamo che nuotare vestiti non solo è faticoso ma anche  pericoloso. Perchè Pietro si cinge la veste? Due sono le ragioni addotte. La prima pone in evidenza che Pietro compie lo stesso gesto di Cristo quando nell’Ultima Cena si cinge il grembiule ai fianchi e, lavando i piedi ai discepoli, rivela loro che Egli è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire. Allora l’apostolo si era ribellato al gesto di Cristo perchè contraddiceva al suo modo di concepire il Messia. Pietro è nudo perchè gli manca il segno distintivo dell’amore, ossia il grembiule. Cingendosi i fianchi manifesta ora la sua disponibilità a seguire il Maestro nella via del servizio. Inizia, così, il suo cammino di conversione che caratterizzerà tutto il brano. La seconda posizione pone l’accento, invece, non sull’amore ma sul rinnegamento di Pietro. Egli  a causa del suo tradimento si sente, come Adamo ed Eva dopo il peccato, nudo davanti a Dio. Nel Cenacolo aveva mostrato tutta la sua presunzione, ma poi si era ritrovato a doversi confrontare con la sua fragilità, i suoi limiti e anche con la sua solitudine…e cerca di coprirsi perchè vive questa verità in modo amaro e vergognoso. Nel Libro della Genesi si dice che Il Signore Dio fece alluomo e alla donna - dopo il loro peccato - tuniche di pelli e li vestì, ossia si prende cura delle persone, non le lascia nelle loro povertà morali e spirituali. Fin dalle origini, dunque, ci viene rivelata la misericordia e la tenerezza di Dio nei confronti dell’umanità. Allo stesso modo si comporta Cristo, il Misericordiae Vultus, nei confronti di Pietro e di ciascuno di noi. Non appena l’apostolo sente che quell’uomo sulla riva del lago è Gesù, pur con vergogna, si getta in mare per abbracciare il suo Signore dal quale si attende di essere perdonato. Questa è la santità: cadere e rialzarsi.

Tirata, una volta tirata a terra, risulta piena di centocinquantatrè grossi pesci (v.11). E’ difficile dare una spiegazione sul significato di questo numero. Secondo san Girolamo il numero corrisponde a tutte le specie di pesci conosciuti a quel tempo ( primo secolo), quindi starebbe ad indicare una totalità. In quest’ottica il numero di 153 pesci indicherebbe l’universalità dell’opera della salvezza. Cristo è il Salvatore di tutti e dunque la salvezza non è riservata ad un popolo, ma abbraccia il mondo intero. La pesca, non dimentichiamolo, è stata abbondantissima grazie a Cristo e questo porta i Padri della Chiesa a riconoscere che Gesù è il divino Pescatore venuto a tirare fuori l’umanità (ecco i 153 grossi pesci) dalle acque salate del peccato e della morte per portarla verso la terra della vita, verso la luce di Dio. Quando l’uomo nella sua miseria di peccatore accetta di essere “pescato” dalla rete (che è la Chiesa) viene poi perdonato da Cristo ed entra a fare parte della Sua grande famiglia, la quale è la casa in cui sono chiamati tutti i popoli per potere incontrare il Signore. Solo da Lui, infatti, l’uomo apprende, con sorpresa e gioia, di non essere il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione, ma di essere voluto, amato e necessario. Il Signore è innamorato di noi, è “un fuco d’amore” (santa Caterina da Siena) che attende il dono del nostro cuore per rivelarsi come il bene inestimabile della nostra vita.  

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