La Santa Sede aderisce alla Convenzione ONU contro la corruzione

L'assemblea generale delle Nazioni Unite durante il discorso di Papa Francesco
Foto: Alan Holdren / CNA
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Lotta la corruzione, la Santa Sede aderisce alla Convenzione ONU. Lo scorso 19 settembre, la delegazione della Santa Sede alle Nazioni Unite ha presentato lo strumento di adesione alla convenzione, che risale al 2003.  Allo strumento di adesione, la Santa Sede ha accluso due riserve e tre dichiarazioni interpretative. La Convenzione entrerà in vigore per la Santa Sede e per lo Stato di Città del Vaticano il 19 ottobre.

La Convenzione è conosciuta come “convenzione di Merida”, e rappresenta – spiega l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, in un articolo per l'Osservatore Romano - il principale strumento globale per prevenire e contrastare i reati commessi nell’ambito della funzione pubblica”.

La convenzione si applica alla prevenzione, alle indagini e ai procedimenti giudiziari per corruzione, nonché al congelamento, al sequestro, alla confisca e al rendimento dei ricavi provenienti dai reati e comprende norme volte a prevenire e combattere il riciclaggio, nonché standard relativi alla contabilità nel settore privato, alla trasparenza e alla parità di accesso di tutti i candidati a contratti di fornitura e servizio per opere pubbliche.

Sottolinea l’arcivescovo Gallagher che “gli Stati che hanno ratificato la Convenzione di Mérida sono tenuti a perseguire e punire la corruzione attiva e passiva dei pubblici ufficiali nazionali, la corruzione attiva dei pubblici ufficiali stranieri e la corruzione nel settore private”.

Ci sono tutta una serie di obblgazioni che riguardano la convenzione: ogni Stato che aderisce deve includere nel suo ordinamento giuridico i crimini di appropriazione indebita, abuso di ufficio, riciclaggio di denaro e falsa testimonianza. La Convenzione prevede anche una cornice giuridica che agevola estradizioni, rogatorie, restituzioni di beni, assistenza tecnica e scambio di informazioni.

Molti di questi passi erano stati già compiuti dalla Santa Sede, con la riforma del Codice Penale vaticano e del codice di procedura penale dell’11 luglio 2013, in cui veniva data una definizione precisa sia dei pubblici ufficiali che dei reati di corruzione, appropriazione indebita e i crimini correlate.

La riforma del codice penale era anche il culmine di un percorso di un triennio, che era cominciato il 30 dicembre 2010 con il motu proprio di Benedetto XVI per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario e monetario. Da lì, era nata una legge antiriciclaggio reformata a più riprese fino alla legge n. XVIII dell’8 ottobre 2013 sulle norme in materia di trasparenza, vigilanza ed informazione finanziaria. Insomma, la Santa Sede stave già attuando le disposizioni della Convenzione. Quando poi c’è stata la nuova riforma dell’economia vaticana, con il motu propri Fidelis Dispensator et Prudens, è stato inserito anche un Revisore generale dei conti, il cui Statuto è stato approvato il 22 febbraio 2013. L’ufficio del Revisore – sottolinea il “ministro degli Esteri vaticano” – ha “il compito specifico di prevenire e investigare eventuali casi di corruzione e di proporre alle Autorità competenti l’adozione di politiche appropriate per contrastare il reato. D’altra parte, sarà necessario che, nel futuro, gli uffici competenti della Curia Romana e dello Stato della Città del Vaticano rivedano le proprie procedure amministrative alla luce dei parametri contenuti nella Convenzione, al fine di assicurane la necessaria conformità”.

L'adesione alla Convenzione rappresenta dunque solo una parte, e quella finale, del percorso della Santa Sede nel creare uno Stato moderno e aderente alle più recenti normative internazionali. 

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