La Santa Sede chiede al WTO accordi sul commercio multilaterali, solidali, etici

Un momento della X Conferenza Ministeriale del WTO, che si è tenuta a Nairobi (Kenya) dal 14 al 18 dicembre 2015
Foto: CC
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Un commercio da sviluppare su tavoli multilaterali, con una grande enfasi ai tavoli locali e una forte propensione allo sviluppo. Parlando alla Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che si tiene in questi giorni a Nairobi, la Santa Sede ribadisce l’impegno per una economia mondiale che includa tutti, anche i Paesi ancora in via di sviluppo.

Il discorso, molto articolato, è stato tenuto da Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra lo scorso 17 dicembre. L’impegno per il multilateralismo è centrale. “Incoraggiamo i membri di tutte le nazioni di semplificare le procedure del WTO”, in modo che siano guidate da “principi di solidarietà e dalla centralità della persona umana” e possano così “raggiunere una partecipazione più forte e inclusiva”.

Sottolinea l’arcivescovo Tomasi che “modernizzare il multilateralismo” è un obiettivo che può essere raggiunto “alle basi di ideali multilaterali”, i quali sono alla fine basati sul fatto che “tutti gli esseri umani sono uniti da una umanità commune radicata nella dignità della persona umana”. Sulle basi di questa premessa, “sia gli attori individuali che le istituzioni multilaterali possono lavorare che le istituzioni multilaterali possono lavorare insieme con l’obiettivo di arrivare al bene comune”.

Per questo – continua il nunzio – “la Santa Sede afferma fortemente l’importanza di riconoscere il primate degli accordi multilaterali, al di sopra degli accordi bilaterali o regionali”, che pure sono proliferati. E questo perché “nonostante i suoi limiti e complessità, la cornice multilaterale dà al pluralismo una dimensione universal e facilita il dialogo inclusivo”.

Più specificamente – rimarca la Santa Sede – “in una cornice multilaterale, le nazioni più deboli e piccole sono meglio salvaguardate che nelle situazioni regionali e bilaterali, quando le controparti sono nazioni grandi e forti. In questa situazione asimmetrica, le economie avanzate hanno inevitabilmente un peso più grande delle nazioni meno sviluppate, con il risultato che le ultime non sono capaci di trarre pienamente vantaggio dai benefici degli accordi”.

Sono parole che giungono dopo una amare constatazione: dopo 20 anni di Organizzazione Mondiale del Commercio “le grandi speranze” che erano seguite alle consultazioni di Doha “sono diventate rapidamente disillusioni e delusioni”. Poi c’è stato un ravvivarsi della speranza con gli accordi di Bali, ma anche in quel caso tutto è stato rallentato al momento dell’implementazione degli accordi. Se da una parte il lavoro del WTO aiuta ad alleviare la povertà di milioni di persone, dall’altra il processo decisionale appare “troppo lento e ingombrante”. E c’è il rischio – spiega Tomasi- che “il WTO, focalizzando i suoi sforzi nei dettagli negoziali di accordi commerciali complessi, perda di vista le situazioni più importanti”.

C’è bisogno di un cambiamento di approccio, meno bilaterale, meno legato a vincoli regolamentari e “più indirizzato allo sviluppo dell’inclusione e dello sviluppo dei popoli in un mondo sempre più interdipendente”.

La Santa Sede considera il settore dell’agricoltura, cruciale per le nazioni meno sviluppate perché rappresenta il 24 per cento del loro Pil e più di un terzo dell’occupazione. C’è bisogno – afferma il nunzio Tomasi – di “supportare la riforma delle regole dell’agricoltura, inclusi l’accesso al mercato, il supporto domestico e la competizione delle esportazioni”. Non basta semplicemente rimuovere i sussidi dell’agricoltura dalle nazioni sviluppate, anzi “questo può produrre conseguenze negative sui poveri”. L’osservatore della Santa Sede sottolinea che piuttosto alla riduzione dei sussidi si deve affiancare “un supporto internazionale orientato ad una produzione agricola portata avanti in maniera inclusive e sostenibile”.

La Santa Sede chiede che “la natura dell’essere umano” sia al centro di ogni negoziazione che riguarda le migrazioni e gli spostamenti lavorativi, e sottolinea che “nel discutere le politiche del commercio, tutte le nazioni dovrebbero essere consapevoli che siamo tutti parte della stessa comunità umana e che facciamo tutti uso delle stesse risorse globali”.

Si tratta di un appello alla moralizzazione del commercio, con una particolare enfasi sull’importanza del lavoro. Perché “nell’implementare azioni politiche per affrontare le sfide economiche di oggi, dobbiamo tenere a mente che il primo obiettivo deve essere quello di accrescere l’occupazione”.

Spiega l’arcivescovo Tomasi che “le politiche di sviluppo del lavoro non sono solo importanti per lo sviluppo di nazioni e regioni, ma principalmente per lo sviluppo di ogni essere umano”.

 

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