La Santa Sede quantifica il suo impegno per la pace

Assemblea Generale delle Nazioni Unite
Foto: Wikimedia Commons
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Come costruire la pace? Con l’educazione. Ma anche con l’assistenza sanitaria. E la Santa Sede, in questo, può mettere in campo un vero esercito. Monsignor Simon Kassas, chargé d’affairs alla Missione Permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, dà le cifre dell’imegno della Santa Sede a un dibattito aperto sul “Post-Conflict Peacebuildng”, ovvero sul costruire la pace dopo i conflitti, che si è tenuto al Palazzo di Vetro lo scorso 23 febbraio.

Nell’intervento, monsignor Kassas rivede come le Nazioni Unite hanno pensato di “costruire la pace”, parla della costituzione di un comitato per il Peacebuilding, ne lega l’efficacia agli investimenti e al peso che gli viene dato all’interno della comunità internazionale.

E poi sottolinea che “la Santa Sede, come soggetto di legge internazionale, è sempre stato un promotore di pace tra le nazioni, partecipando attivamente al lavoro nelle Nazioni Unite.” Mentre le Chiesa cattoliche “sono sempre state un fattore di riconciliazione a livello nazionale”, così come lo sono le organizzazioni basate sulla fede (faith-based organization) e le Organizzazioni non governative per lo sviluppo, le quali “sono sempre state all’avanguardia della pacificazione e ricostruzione delle regioni e delle nazioni bloccate da guerre e conflitti”.

Monsignor Kassas aggiunge che “un contributo essenziale alla pace” è rappresentato “dalle più di 100 mila scuole elementari e secondarie e di università in tutto il mondo gestite da organizzazioni cattoliche”. Allo stesso modo, il network di strutture sanitarie cattoliche “include più di 25 mila ospedali, dispensari, cliniche, case per anziani, malati cronici o disabili, orfanotrofi e asili nido”.

Tutte strutture che “sono parte” dell’impegno che mantiene l’ambiente locale “stabile e sicuro”.

“Le azioni della Santa Sede, e delle istituzioni cattoliche in tutto il mondo, sono pienamente in linea con gli impegni presi” nelle Nazioni Unite, che mirano alla “limitazione dell’uso delle armi” e ad “implementare strategie di dialogo e negoziazione” in modo da creare ponti per la coesistenza pacifica, e per usare “il potere tecnologico del mondo” per portare avanti le aspirazioni di tutti per la costruzione della pace.

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