La sfida audace della politica, nella lettera ai 18enni dell’arcivescovo di Milano

La copertina della lettera dell'arcivescovo di Milano Delpini ai neo diciottenni
Foto: Chiesa di Milano
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La festa dei 18 anni come una festa della responsabilità politica e della vocazione, come una tappa di crescita e di maggiore responsabilità: l’arcivescovo di Milano Mario Delpini scrive ai neo diciottenni alla vigilia del voto una lettera che è in fondo una chiamata alla responsabilità.

Perché non è vero che per i 18 anni “non c’è niente da festeggiare”, ma l’arcivescovo Delpini propone una festa che “celebra la bellezza della vita e si assume la responsabilità di renderla bella, per sé e per gli altri”.

La lettera cade alla vigilia delle elezioni del 4 marzo, cui per la prima volta i neo diciotenni saranno chiamati a votare. Ma cade anche durante la preparazione del Sinodo dei giovani, che a Milano sta coinvolgendo tutti, anche perché è stato indetto quest’anno un Sinodo minore su “Chiesa delle genti. Responsabilità e prospettive”. E diventa chiaro che la linea pastorale del neo arcivescovo di Milano è quella di coinvolger il più possibile i fedeli.

A cominciare dai diciottenni. “A 18 anni – scrive l’arcivescovo Delpini – “incomincia il diritto dovere di votare per esprimere le proprie scelte in campo politico e amministrativo”.

E – aggiunge – “scegliere le persone e le forze politiche che devono governare la nazione ed esercitare responsabilità amministrative in regione o in città è una espressione di quella responsabilità per il bene comune che rende cittadini a pieno titolo”.

L’arcivescovo di Milano nota che la valutazione della politica è generalmente negativa, ma che i giovani sono chiamati a provocare un rinnovamento, a cambiare questa visione negativa, perché “la politica è l’esercizio della responsabilità per il bene comune e per il futuro del Paese”.

Da qui, l’appello ai giovani a informarsi, pensare, discutere, farsi una idea di come fare nel “vostro primo voto”, senza lasciarsi tentare dall’astensionismo, girandosi dall’altra parte nell’ “astensionismo e nella sterile indignazione”, perché “non cambierà tutto in una tornata elettorale, ma certo con l’astensionismo non si cambia niente”.

L’invito è a pretendere che “siano chiariti i programmi”, anche a “farsi avanti per rappresentare gli altri nelle liste per le amministrative” e diventare voce dei giovani”. Insomma, a mettersi in gioco, perché l’arcivescovo ha “fiducia che questa generazione può reagire all’inerzia, allo scoraggiamento e all’individualismo e dare un segnale a tutti gli adulti e alla classe politica e amministrativa di un rinascere del desiderio di partecipare, di contribuire al bene comune, di cercare altre vie per dare forma al ‘buon vicinato’ che rende desiderabile vivere vicino e appartenere alla comunità”.

Ma l’arcivescovo Delpini ricorda anche che al diritto di votare, il diciottenne ha nuove responsabilità con i doveri, diventa responsabile “a livello civile e penale”, cosa che rappresenta il dovere di “rispettare le regole e partecipare con le proprie risorse e il proprio comportamento alla convivenza dei cittadini”. 

L’arcivescovo sottolinea anche la necessità di “reagire alla percezione di impotenza” che fa pensare ad un diciottenne come una persona “troppo giovane” con possibilità “molto ridotte” di avere “una vita propria, una abitazione propria”. Invece, per l’arcivescovo Delpini è necessario “seminare la persuasione di essere presenza attiva, significativa, preziosa per la società e la Chiesa di oggi”.

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