La Spina di Borgo, ora lo stradone, un vuoto senza forma

Completate le demolizioni c'è da inventare la strada

Lo "stradone" dopo la demolizione e prima degli obelischi
Foto: pd
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Quando Benito Mussolini si recò a visitare lo spazio vuoto lasciato dalla Spina di Borgo un anno dopo il primo colpo di piccone sembra che non ne fosse del tutto soddisfatto. In effetti demolire la Spina non aveva risolto la monumentalizzazione dell’accesso a San Pietro. La strada era un vuoto senza forma.

Gli antichi palazzi rimasti su quelle che erano Borgo Nuovo e Borgo Vecchio non erano in asse con la Piazza, lo “stradone” era senza personalità e anche l’abbattimento del Palazzo dei Convertendi che sarà spostato in un lato di Via della Conciliazione non aveva creato altro che un imbuto verso San Pietro. E un quartiere intero era sparito. 

Dopo i lunghi dibattiti sulla demolizione ora l’opinione pubblica si accapigliava su come via della Conciliazione dovesse diventare. La grande arteria andava “rettificata”. Ma come? Piacentini aveva anche messo in atto la grande prova dal vero del “nobile interrompimento” per mostrare un portico trasversale che chiudeva la piazza. Ma per farlo c’erano state altre forzature urbanistiche. 

Alla fine si sceglie un tracciato a lati paralleli che si conclude con i due Propilei su piazza Rusticucci come si chiamò fino a che non fu dedicata a Pio XII.

Ma era “necessario modificare gli allineamenti degli edifici che un tempo prospettavano su borgo nuovo corrispondente ora al lato destro guardando San Pietro della nuova via per ottenere la larghezza costante di 46 m della sede stradale” come scrive Vincenzo Matera nel 1995.

Cambia la prospettiva che inizialmente era quella di mantenere tutto quello che non era della Spina: chiese, edifici. Alla fine sono solo due gli edifici che sopravvivono senza cambiamenti: la chiesa di Santa Maria in Traspontina e Palazzo Torlonia. Le demolizioni quindi proseguono fino alla “bonifica” del Corridore del 1943. Si iniziano a vendere i lotti per le nuove costruzioni. Ma l’ Italia entra in guerra nel 1940 e i lavori rallentano. Nel 1942 si conclude l’edificio INA all’inizio di Via della Conciliazione a sinistra.

Si apre anche un contenzioso per l’ Oratorio dell’Annunziata che sarebbe finito “dentro” il palazzo, ma che l’ INA si era impegnato a smontare e ricostruire a pochi metri. 

Nel 1944 Spaccarelli e Piacentini pubblicano la loro “memoria” dei lavori, con le prospettive per i lavori ancora da eseguire. E spiegano il loro programma: “molto ancora c'è da fare.  Oggi la via della Conciliazione è ancora sconvolta nei suoi livelli, non terminata nei suoi edifici più importanti. Manca la premessa dell'imbocco a Piazza Pia e ancora più la conclusione su Piazza Rusticucci che dovrà comporre l'intero inquadratura scenica del Tempio. Manca l'arredamento stradale eccezionale per l'importanza e la funzione della via e soprattutto per l'apporto che esso dovrà dare all’assetto prospettico. Manca in una parola quasi tutta la parte essenziale del progetto”.

Certo non era il momento delle grandi opere per l’ Italia. Via della Conciliazione fece il suo “ingresso in società” con le immagini dei carri armati americani che il 4 giugno di quel 1944 entrano a Roma e liberano la città dall’occupazione tedesca. Le immagini diventano “virali” come si direbbe oggi. Sui lati dello stradone ci sono i palazzi ricostruiti come il Palazzo Rusticucci e quello dei Convertendi. Il Vaticano aveva messo al lavoro Momo e Castelli e aveva ottenuto la extraterritorialità e un risarcimento. 

Altri palazzi però dovevano subire un “riordino”, come palazzo Latmiral. Palazzo Cesi era stato “tagliato” e aveva perso il giardino. Il Palazzo del Governatore nella Spina doveva essere ricostruito come Palazzo Alicorni. Lo furono, ma avevano perso ormai ogni fascino. 

I lavori riprendono dopo la guerra. Si prepara il Giubileo e come da tradizione il Papa vuole che San Pietro sia bella e accogliente per i pellegrini. Tra il 1948 e il 1950 vengono costruiti i nuovi grandi palazzi del Vaticano, i Propilei e Palazzo Pio con l’ Auditorium.

Mancano gli arredi. Arrivano i 28 obelischi o “candelabri” come li chiama Piacentini ma vengono criticati perfino da Pasquino. 

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