L'arcivescovo maggiore Shevchuk sottolinea: “L’ecumenismo non è diplomazia”

L'arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, durante i lavori della Plenaria 2018 del CCEE, che si è tenuta a Poznan dal 13 al 16 settembre
Foto: @ Episkopat News
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In un momento in cui l’Ucraina è sia teatro di un conflitto dimenticato che di un conflitto tutto interno al mondo ortodosso, l’arcivescovo maggiore Shevchuk, capo della Chiesa Greco-Cattolico Ucraina, lancia un appello affinché “l'ecumenismo sia tolto dalle mani dei diplomatici”, forte anche del lavoro ecumenico fatto sul campo con il Consiglio delle Chiese nel momento del conflitto.

L’arcivescovo maggiore, tra i partecipanti al Sinodo dei vescovi sui giovani, ha parlato con ACI Stampa a Poznan, durante la plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee dedicato al tema del volontariato. Molti i temi toccati nella conversazione: dalla solidarietà al dialogo ecumenico, fino alla missione che ha la Chiesa Greco Cattolica Ucraina, una minoranza nel territorio originario eppure la più grande delle 23 Chiese sui iuris in comunione con la Chiesa Cattolica.

Quale è la situazione del dialogo ecumenico in Ucraina?

Siamo testimoni oggi in Ucraina di un grande fenomeno di crescita di solidarietà, al di là della fede religiosa e del background etnico. Un fenomeno nato a causa dell’aggressione russa. Questa crescita di solidarietà dimostra la capacità dell’essere umano di avere compassione di quelli che stanno soffrendo e quelli che hanno bisogno. È stata sempre questa crescita di solidarietà ad aiutarci a trasformare completamente la società ucraina, al punto che alcuni osservatori sottolineano che in Ucraina la solidarietà ha fatto scomparire la società post-sovietica, e si assiste così alla nascita di una nuova idea nazionale ucraina, basata sul bene comune, sul rispetto della dignità umana e sui diritti umani.

Questa solidarietà ha favorito il dialogo ecumenico?

In queste circostanze, quella solidarietà trascende la confessione religiosa, e si colora di un tocco ecumenico speciale. Le bombe cadono sulla testa di cattolici, ortodossi, protestanti, senza distinzione, e siamo così uniti nella risposta al bisogno del nostro popolo, nella diaconia pratica del servizio cristiano. In questa risposta comune al bisogno del nostro popolo, in questa cooperazione per il bene comune, in Ucraina si può sperimentare un ecumenismo in azione, che si esprime nel Consiglio delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose. Si tratta di una ONG che è la più grande gioia dell’Ucraina, e rappresenta un esempio di come Chiese differenti, confessioni differenti, possano cooperare per il bene comune della nostra nazione.

Quali sono le azioni che fate per il popolo ucraino?

Sono molte le nostre iniziative. Un buon esempio di cooperazione ecumenica è la ben nota iniziativa di Papa Francesco “Il Papa per l’Ucraina”. Molte iniziative inter-confessionali hanno la possibilità di avere luogo grazie alla donazione caritatevole del Papa al popolo ucraino.

Al di là dell’ecumenismo pratico, c’è un dialogo teologico da portare avanti. Come vede questo dialogo ecumenico? Quale è il futuro di questo dialogo in Ucraina?

Io credo che si debba prima di tutto togliere l’ecumenismo dalle mani dei diplomatici. Molto spesso, specialmente in Europa, il dialogo ecumenico viene considerato una sorta di sinonimo del dialogo diplomatico, traducendosi così in una serie di incontri di alto livello che però non hanno alcune influenza sulla vita delle persone. Credo che la solidarietà tra le persone di differenti confessioni, il volontariato, aiutano a ravvivare la fede, e per questo possono essere alla base di un movimento ecumenico. Ogni volta che andiamo ad incontrare le persone fuori dalla comunità possiamo essere in una prospettiva ecumenica.

Come può essere un genuino dialogo ecumenico?

Credo che l’ecumenismo non abbia luogo solo nel modo in cui comprendiamo la parola di Dio, ma in ogni tipo di interazione in cui abbiamo la possibilità di andare avanti senza essere concentrati in noi stessi. C’è ecumenismo quando la Chiesa si concentra sulla Buona Notizia, vivendo, come dice il Santo Padre, come Chiesa in uscita. È questa l’immagine della Chiesa che può superare la crisi. Io sono convinto che la Chiesa ha una buona notizia da dare ed è una buona notizia, e questo deve essere rispecchiato nei sacerdoti.

Parlando di cattive notizie, c’è questa crisi degli abusi del clero, per cui Papa Francesco ha convocato tutti quanti i presidenti delle Conferenze Episcopali a Roma dal 21 al 23 febbraio. Quanto è forte questa crisi?

Prima di tutto, abbiamo il dovere di capire la realtà degli abusi e di comprendere come affrontarla, ma non solo come comunità della Chiesa, come comunità in generale. Le domande sono: come possiamo contrapporci al male? Come possiamo mettere in pratica una tolleranza zero contro questo comportamento, specialmente nella Chiesa? Come possiamo rispettare le vittime, che hanno sofferto così tanto? Ma anche: come possiamo proteggere quelli che hanno portato avanti questo fenomeno? Come affrontare la situazione attraverso, anche, uno scambio di esperienze? Come proteggere quelli che si suppone debbano essere protetti?

L’Ucraina oggi vive una situazione particolare, perché al di là del conflitto dimenticato, come lo ha definito Papa Francesco, si trova al centro di una disputa tra il Patriarcato ortodosso di Costantinopoli e quello di Mosca in merito alla possibile erezione di una Chiesa ortodossa autocefala ucraina. Come vive la Chiesa Greco Cattolica questa situazione?

L’Ucraina è oggi diventata molto famosa, per alcune situazioni specifiche. Si può dire che la nazione non è solo vittima di una aggressione straniera, ma è anche lo spazio di uno scontro tra due Patriarcati. La posizione della nostra Chiesa può essere riassunta in tre punti.

Quali sono questi tre punti?

Punto primo: accettiamo ogni azione della comunità ortodossa per superare le divisioni. Abbiamo improvvisamente tre Chiese ortodosse in Ucraina, divise non per ragioni teologiche, ma anche per ragioni politiche. Noi Greco Cattolici accetteremo, quindi, ogni iniziativa che possa far superare divisioni e ferite in Ucraina.

Punto secondo: seguiamo molto da vicino quello che sta succedendo nel mondo ortodosso, ma non prendiamo parte al processo. Consideriamo quelle discussioni, anche quella divisione, come un problema interno alla Chiesa ortodossa. Preghiamo per loro, ma non partecipiamo alle loro discussioni.

E il terzo punto quale è?

Riguarda noi Greco Cattolici. In Ucraina siamo una minoranza religiosa. Abbiamo la missione di testimoniare come costruire e preservare la democrazia autentica della nazione. E la democrazia autentica può essere riconosciuta con il rispetto. Questa situazione ci dà la possibilità di essere ancora di più Chiesa di Cristo e di presentare Gesù Cristo come annuncio di fede, non come parte di una azione politica. Abbiamo la missione di essere testimoni di Cristo in queste circostanze e di promuovere collaborazione. Alla fine, vogliamo mostrare rispetto e attenzione per la nostra madre Chiesa, quella di Costantinopoli, e vogliamo avere buoni rapporti con tutte le Chiese ortodosse. Preghiamo che lo Spirito ci dia spirito di comunione e spirito di unione della Chiesa.

In generale, quale pensa sia la missione della Chiesa Greco Cattolica Ucraina in Europa, e in particolare come legame tra Est ed Ovest?

Forse la nostra missione è quella di aiutare gli occidentali a riscoprire i valori cristiani europei. Il concetto di Europa è quello di una casa comune per tutte le nazioni. È un progetto di pace. Dobbiamo tenere a mente che, normalmente, in ogni costruzione ci sono delle pietre angolari. La Dottrina Sociale della Chiesa ci insegna quattro pietre angolari, quattro valori fondamentali: dignità umana, bene comune, solidarietà e sussidiarietà. Io credo che questi quattro principi, queste pietre angolari della società europea, sono anche al cuore della società ucraina. Molto spesso, nella vecchia Europa ci si sorprende che in Ucraina si mostrino questi valori europei, questi valori cristiani che invece stanno dimenticando nella loro patria. È questa la missione della società europea orientale, che ha una memoria vibrante delle nostre radici cristiane.

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