L'Arcivescovo Morandi: "Una fede che non arriva al cuore non ci salva"

Celebrata la Messa di Pasqua al Santuario del Divino Amore

L'Arcivescovo Giacomo Morandi
Foto: TV2000
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Anche questa sera, Domenica di Pasqua, è stata celebrata la Messa vespertina presso il Santuario romano della Madonna del Divino Amore. A presiedere l’Eucaristia l’Arcivescovo Giacomo Morandi, Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede.

I discepoli di Emmaus – ha detto Monsignor Morandi nell’omelia – vivono nella “profonda delusione” per la morte del Maestro. E nel “racconto di questi due discepoli si comprende che c'è una separazione ben più profonda, una separazione umana e spirituale e tutta la prima parte di questo racconto sottolinea proprio questo distacco progressivo dei due discepoli non soltanto da Gerusalemme, dal gruppo degli altri discepoli: sono divisi anche tra di loro parlavano - dice l'evangelista Luca - e anche discutevano, quindi vuol dire che non erano nemmeno d'accordo su quanto era accaduto a Gerusalemme, avevano opinioni divergenti e soprattutto si sono allontanati da Gesù che ormai essi considerano quasi un estraneo. Possiamo proprio dire che la condizione di questi due discepoli sembra ormai cupa e senza alcuna speranza, e la tristezza che affiora sul loro volto sul loro viso è proprio il simbolo di questa tragedia interiore che si è consumata nei loro cuori, una profonda delusione. Nella grande tradizione dell'oriente cristiano la tristezza se assecondata è un vizio capitale, certo ci possono essere momenti nei quali la tristezza arriva nel nostro cuore. Possiamo proprio dire che la tristezza è la staffetta del peccato, e noi quando pecchiamo lo facciamo perché siamo tristi, perché abbiamo assecondato la tristezza e pensiamo che il peccato sia il modo attraverso il quale noi possiamo uscire da questa tristezza”.

“Sappiamo – ha aggiunto l’Arcivescovo - con altrettanta certezza che tutte le volte che noi assecondiamo il peccato, inesorabilmente diventiamo sempre più tristi e sempre più divisi tra di noi e quei due discepoli danno sfogo alla loro tristezza e alla loro delusione. Ancora una volta Gesù si presenta come Colui che è capace di mettersi in ascolto della rabbia, della delusione, dello sconforto dei discepoli, di coloro che avevano scommesso tutta la loro vita su questo Maestro.  Gesù si mette in ascolto come accaduto qualche domenica fa delle due sorelle di Lazzaro che lo avevano in parte rimproverato perché era arrivato tardi e Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. Gesù ascolta e come abbiamo ascoltato i due discepoli sono in grado di fare a lui una bella lezione di catechismo, non manca nulla nel loro racconto di ciò che riguarda la vita di Gesù. Ma c'è anche l'annuncio della visita delle donne al sepolcro, la menzione dell’apparizione dell’Angelo e anche coloro che sono andati hanno trovato conferma di quello che le donne avevano detto. Allora la domanda che si impone è come mai questi due discepoli a fronte di queste notizie che avevano ricevuto non si sono fermati più tempo a Gerusalemme per verificare la fondatezza di quanto era stato loro consegnato? I discepoli non sanno attendere, se ne vanno delusi: una fede solo intellettuale che non diventa vita non ci salva, una fede che non arriva al cuore non ci salva, una fede che si limita alla semplice conoscenza dei contenuti senza aderire a Cristo non ci salva, è una grande illusione. E tante volte le prove della vita vengono proprio a mostrare che la nostra fede era soltanto formale, che non aveva attecchito in profondità, che non aveva lasciato radici profonde nella nostra vita”.

“Le prove – ha concluso l’Arcivescovo Morandi - sono anche per noi un motivo di grande aiuto, di un esame di coscienza sull’autenticità, sulla solidità nella nostra relazione con Cristo, della nostra amicizia con Lui. E i due discepoli sono prigionieri di un modello di un'idea di salvezza che Gesù avrebbe dovuto realizzare, compiere secondo le loro aspettative, secondo i loro progetti e anche secondo i loro tempi. La tentazione che tante volte non è solo dei due discepoli ma anche degli apostoli e forse anche nostra è quella che vorremmo insegnare a Gesù come si fa a salvarci, che cosa deve fare… anche noi in questi giorni vogliamo dire al signore che cosa deve fare, come deve agire, fare  passare di colpo questa prova che stiamo vivendo e restituirci la nostra vita come se nulla fosse accaduto. Gesù ci ascolta, ascolta le nostre proteste e anche le nostre delusioni. Gesù viene incontro a noi perché noi possiamo riavvicinarci a Lui. E dopo avere ascoltato i due discepoli si rivolge a loro dicendo stolti e tardi di cuore nel comprendere la Scrittura, certo avrebbe potuto dire il Signore cari discepoli ma sono proprio io, ma non vedete non mi riconoscete… immediatamente invece il Signore Risorto parte dalla Parola di Dio, parte della spiegazione di quella Parola che è testimonianza dell’amore folle di Dio: ti ho amato di un amore eterno, quell'amore che ha il suo culmine nel dono del Figlio amato”.

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