Le dimissioni di Becciu e la questione aperta delle finanze vaticane

Le improvvise dimissioni di Giovanni Angelo Becciu lasciano aperte molte questioni, mentre la Santa Sede si appresta a ricevere gli ispettori europei

La bandiera vaticana e la Basilica di San Pietro
Foto: Bohumil Petrik / ACI Group
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La rinuncia improvvisa del Cardinale Giovanni Angeo Becciu ai diritti connessi al cardinalato, nonché al suo incarico di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, lascia aperte molte questioni. Nel comunicato della Sala Stampa della Santa Sede non c’è una ragione ufficiale per cui si sia arrivati a questa decisione. Tuttavia, il pensiero di tutti è corso subito alle indagini connesse alla compravendita di un immobile di lusso a Londra, a Sloane Avenue, da parte della Segreteria di Stato vaticana. Indagini che recentemente si sono allargate, mentre una inchiesta giornalistica ha puntato il dito anche su una vicenda legata ad una cooperativa sarda, la Spes di Ozieri, presieduta dal fratello del cardinale. Situazioni che i legali della famiglia Becciu smentiscono, carte alla mano.  

Tutto comincia con la vicenda di Londra. Da sostituto della Segreteria di Stato, Becciu aveva avallato l’investimento e anche le successive procedure di acquisizione prima del fondo immobiliare e poi dell’immobile. Era già cardinale e prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi quando la Segreteria di Stato dovette ristrutturare l’investimento, in modo da evitare di perdere ulteriore denaro. Si decise di tagliare gli intermediari, pagare le commissioni pattuite, quindi chiedere un prestito (tecnicamente, una anticipazione di denaro) all’Istituto per le Opere di Religione per finalizzare l’acquisto. Lo IOR contestò la richiesta del prestito, facendo con la sua segnalazione partire poi l’offensiva dei promotori di Giustizia vaticani con le perquisizioni in Segreteria di Stato e Autorità di Informazione Finanziaria. Era ottobre 2019, quasi un anno fa.

Il risultato è stato che cinque funzionari vaticani sono stati sospesi, e poi un altro. Quindi, i due sacerdoti coinvolti (Don Mauro Carlino e monsignor Alberto Perlasca) sono stati rinviati in diocesi, due funzionari della Segreteria di Stato (Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi) sono rimasti sospesi fino a luglio e, sembra, traghettati verso un pre-pensionamento, un’altra funzionaria della Segreteria di Stato (Caterina Sansone) è stata destinata ad altro incarico. L’ultimo indagato, Tommaso Di Ruzza, non è stato semplicemente rinnovato nel suo incarico di direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria.

La comunicazione dei provvedimenti amministrativi contro i funzionari è arrivata attraverso uno scarno comunicato della Sala Stampa della Santa Sede nella serata del 30 aprile, alla vigilia della Festa di San Giuseppe Lavoratore, come non pochi hanno fatto notare. Tuttora, però, non si sa se questi saranno rinviati a giudizio o se i magistrati vaticani decideranno per il non luogo a procedere.

Di certo, una decisione si dovrà prendere. La scure delle indagini aperte pende sul Vaticano mentre la prossima settimana, a partire dal 29 settembre, si attende l’ingresso nelle Sacre Mura degli ispettori di Moneyval, il comitato del Consiglio d’Europa che valuta l’aderenza agli standard internazionale di trasparenza finanziaria dei Paesi che si sottomettono alla procedura. Con questa “on site visit”, Moneyval si prepara a stilare il quarto rapporto sui progressi vaticani. Gli altri tre erano stati generalmente positivi, e mostravano il lavoro che la Santa Sede aveva fatto nel rendere il suo sistema finanziario, per quanto peculiare, rispettoso delle normative.

Rimanevano, però, delle riserve sul lavoro del Tribunale Vaticano, tanto che l’ultimo rapporto sui progressi metteva in luce come alle segnalazioni di transazioni sospette non facesse seguito una grande attività giudiziaria. Proprio l’attività dei pubblici ministeri sarà vagliata da Moneyval, perché il giudizio stavolta sarà principalmente sull’efficacia del sistema legale.

Ma quanto si può dire efficace un sistema che ancora non ha concluso delle indagini avviate un anno fa? E, soprattutto, quanto è efficace un sistema che, nello sviluppare le indagini, crea anche un problema istituzionale, andando non solo nel governo centrale, ma anche acquisendo i dati dell’unità di intelligence finanziaria, inclusi quelli di scambio riservato con Paesi esteri?

Sono tutte domande che si fanno anche gli ispettori di Moneyval.

Se non altro perché si era diffusa la notizia di un allargamento delle indagini sull’immobile di Sloane Avenue. E anche perché tutti hanno la loro verità da raccontare, e una reputazione da difendere.

Lo scorso giugno, il broker Gianluigi Torzi, uno degli intermediari dell’affare di Sloane Avenue, è arrivato da Londra per farsi interrogare dai magistrati vaticani, è stato trattenuto per una settimana nel carcere della Gendarmeria con l’accusa di estorsione, fino poi ad essere rilasciato in libertà provvisoria con la promessa di un memoriale sulle sue indagini. E sono stati interrogati anche Enrico Crasso, che consigliava la Segreteria di Stato, e Fabrizio Tirabassi, parte dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato. Nel frattempo, Fabrizio Mincione, il proprietario del fondo immobiliare in questione, ha reso noto che avrebbe fatto causa alla Santa Sede per diffamazione. Nell’ambito delle indagini, poi, i conti in Svizzera della Segreteria di Stato vaticana erano stati sequestrati lo scorso giugno.

Se queste situazioni avevano fatto alzare la pressione, la notizia recente di altri quattro investimenti immobiliari, sempre a Londra, finiti sotto la lente degli investigatori vaticani, in cui sarebbero coinvolti Crasso e Tirabassi. Investimenti che finiscono in una serie di scatole cinesi di operazioni finanziarie, bloccate anche dell’antiriciclaggio di una banca della società intermediaria. Saputo del congelamento, l’Autorità di Informazione Finanziaria aveva reso noto la situazione all’allora arcivescovo Becciu.

Non solo: una inchiesta giornalistica in uscita oggi attacca il cardinale,  che sarebbe reo di aver destinato fondi CEI e dell'Obolo ai familiari: la Spes di Ozieri, presieduta dal fratello Tonino, ma anche i lavori di falegnameria nelle nunziature in Angola e a Cuba, appaltati ad una ditta di cui è titolare un altro fratello del cardinale, fino ad una società che produce birra, di un altro fratello. 

C'è da dire che non ci sono accuse formalizzate, e che, se pure questi fondi siano stati destinati come si accusa e come i legali smentiscono, il Cardinale Becciu dovrà avere la possibilità di spiegare il perché. Così come sarà chiamato a spiegare il perché delle modalità dell'investimento di Londra.

Becciu lo ha sempre difeso, spendendosi anche in prima persona per reagire quando il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, aveva definito “opaca” la situazione. Allo stesso tempo, Becciu era ovviamente coinvolto in un investimento che il suo successore, l’arcivescovo Edgar Pena Parra, aveva dovuto “risistemare” per limitare i danni vaticani.

Resta da capire se queste nuove inchieste abbiano portato delle evidenze che non potevano più essere sottostimate. Formalmente, il Cardinale Becciu ha volontariamente rinunciato. Alcuni racconti dicono che è stato piuttosto il Papa a chiedergli di fare un passo indietro, e un passo indietro drastico.

Resta che il processo per l’immobile è ancora alla fase investigativa, che gli ispettori di Moneyval arriveranno la prossima settimana trovando una cornice legale ben oliata negli anni in una situazione generale confusa, e che il problema istituzionale che si è creato con le perquisizioni di ottobre è un qualcosa che va al di là delle singole personalità. Non c’è niente, insomma, di definito.

In attesa di un processo, la caduta del Cardinale Becciu lascia pensare che, comunque, il Vaticano sia intenzionato a difendere l’investimento di Londra, considerato nonostante tutto fruttuoso. Tanto da dirsi disposta a rinegoziare il mutuo chiesto per l’acquisto dell’immobile a Sloane Avenue, subito dopo che il municipio di Kensington aveva concesso una nuova licenza edilizia. Di altri investimenti e situazioni connesse, si vedrà. 

Tutto verrà chiarito in sede giudiziaria. Di certo, l’irrituale uscita di scena del Cardinale Becciu, senza che ci siano motivazioni ufficiali, lascia aperte molte questioni. Più che uno scandalo finanziario, siamo di fronte ad una crisi istituzionale.

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