Leggere la guerra in Ucraina con le lenti della dottrina sociale

Si chiama “Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace” il nuovo libro del vescovo Mario Toso. Un percorso di dottrina sociale per comprendere quali sono le linee cristiane di costruzione della pace

Vescovo Mario Toso
Foto: Diocesi di Faenza - Modigliana
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Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace”. È già nel titolo il senso dell’ultimo lavoro del vescovo Mario Toso di Faenza-Modigliana, già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ed esperto della dottrina sociale della Chiesa. La guerra in Ucraina, infatti, ha suscitato nuovi interrogativi, tra cui spicca quello di trovare un modo cristiano di approcciare non solo la guerra, ma soprattutto, la costruzione di una pace che sia duratura e giusta. Con una nota: che la legittima difesa non porta escalation nel conflitto, semmai contiene, e dunque non solo questa legittima difesa è necessaria, ma è anche parte di quella che sarà la costruzione di pace.

Il vescovo Toso parla di una “etica della pace” globale, che emerge a partire dalla costituzione conciliare Gaudium et Spes e che porta a “nel riconoscere come accettabili sia il ricorso alla forza per la legittima difesa individuale e collettiva sia l’azione non violenta attiva e creatrice”.

Sono opzioni però che hanno “condizioni molto strette che ne definiscono la legittimità morale. In breve, la legittima difesa dev’essere al servizio della giustizia, nella coerenza dell’uso di mezzi omogenei col fine, fintantoché l’azione non violenta non potrà abolire il diritto di ogni cittadino, specialmente dei deboli e degli innocenti, d’essere protetti dallo Stato a mezzo della forza se necessario”.

Ma a questa dottrina, Giovanni Paolo II arrivò addirittura a parlare di ingerenza umanitaria, nota il vescovo Toso, sorpassando “il diritto alla non-ingerenza negli affari interni di uno Stato”.

Come applicare tutto questo alla situazione odierna in Ucraina? La dottrina sociale riconosce un diritto alla legittima difesa, e anche l’invio di armi può essere considerato legittimo. Ma – argomenta il vescovo Toso – “la vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione del pensiero, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Occorre abbracciare una cultura della cura dell’altro. Con la guerra nessuno vince. Con la guerra tutto si perde, tutto. Occorre sconfiggere la guerra. La soluzione è lavorare insieme per la pace, fare delle armi, come dice la Bibbia, strumenti per la pace”.

Da qui, la necessità di costruire istituzioni di pace, rispettando un diritto internazionale che “va inscritto in un più ampio ordine morale e sociale, che abbraccia sia le relazioni fra singole persone, sia quelle fra comunità di persone, sino a formare l’ordine della famiglia umana, comprensivo delle comunità politiche”.

E con la guerra in Ucraina “i basilari criteri del diritto internazionale sono stati violati non solo per i molti cadaveri ritrovati nelle «fosse comuni» (e il modo con cui sono stati rinvenuti), ma anche per i corridoi umanitari non garantiti - o lasciati credere garantiti e poi intenzionalmente violati - oppure non concessi, come pure per il bombardamento di edifici ospedalieri e scolastici”.

Così, l’autorità pubblica non può sfuggire eticamente al “diritto alla legittima difesa” del loro popolo, che include, appunto “il diritto a essere sussidiati nell’opera difensiva, che diviene cogente perché le risorse proprie sono insufficienti, mentre quelle degli Stati vicini abbondano”.

Scrive il vescovo Toso: “La legittima difesa non alimenta il conflitto, innescando una escalation militare, come alcuni pensano. Al contrario, invece, lo contiene (come può) nel suo tragico dilagare. Pertanto, non si può essere contrari all’invio di aiuti militari, con la motivazione che così si alimenterebbe la guerra, che certo diversamente si indebolirebbe o finirebbe, ma semplicemente per il dilagare di una situazione vicina al genocidio, lasciando morire o ferire chi forse si poteva salvare”.

Come i cristiani possono costruire istituzioni di pace, allora? Partendo dall’esempio della croce, che “non è propria­mente apologia della sofferenza, del sacrificio e della morte”, e dunque “abbracciandola, Gesù la trasforma in atto d'accusa della vio­lenza del sistema religioso-politico del suo tempo, da cui è rifiutato e ingiustamente condannato”. Così “Gesù invita a rinunciare alla stra­tegia della violenza per assumere quella dell’amore attivo e creativo. Propone la giustizia dell’amore ‒ una forma più alta della giustizia, che cerca di stabilire una corrispondenza fra delitto e castigo ‒, che libera il malvagio dalla spirale della violenza e dell’iniquità”.

Da questo esempio, si deduce che “la guerra va sconfitta predisponendo, a livello spirituale, sociale, economico, politico ed istituzionale, tutto ciò che la previene o la rimuove”.

Il vescovo Toso fa anche delle proposte per costruire istituzioni di pace: dalla radicale revisione delle regole del mercato globale delle armi alla costituzione di una Agenzia Internazionale per la Gestione degli Aiuti (AIGA), in cui far affluire, ad es., anche solo il 10% della spesa militare globale che in un decennio potrebbe sanare le attuali diseguaglianze strutturali; dalla revisione del trattato di non proliferazione nucleare alla riforma dell’attuale ONU in senso più democratico. E, infine, “la revisione trasformazionale dell’assetto delle istituzioni politico-giuridiche nate a Bretton Woods nel 1944 (FMI, OMS, Banca Mondiale, WTO) e divenute obsolete; la creazione di nuove istituzioni – dotate di poteri mondiali - relative alle migrazioni (OMM), all’ambiente (OMA), all’acqua; l’universalizzazione di una democrazia partecipativa, rappresentativa, inclusiva, deliberativa”.

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