Leone XII, e il gatto lasciato in eredità a Chateaubriand

Come gli stranieri raccontarono la corte del Papa

Una stampa ufficiale di Leone XII
Foto: La corte papale nell’età di Leone XII
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Si narra che Leone XII avesse un gattino che chiamava Micetto. Gli teneva compagnia  e gli era molto affezionato e sentendo prossima la fine, si preoccupò di trovargli un nuovo padrone. Il prescelto fu François-René de Chateaubriand che per qualche mese era stato ambasciatore di Francia a Roma. Chateaubriand prese la bestiola e la portò con sé in Francia quando lasciò Roma il 30 agosto del 1929. 

La vicenda della eredità del gatto del Papa indica i rapporti cordiali che Leone XII era riuscito a tenere con alcuni stranieri a Roma nonostante il periodo non proprio facile per il Papato. 

A raccontare i dettagli di questi rapporti del Papa e della Curia è Giuseppe Monsagrati, storico del Risorgimento, in un articolo del volume La corte papale nell’età di Leone XII  a cura di Ilaria Fiumi Sermattei e Roberto Regoli, edito dal Consiglio Regionale delle Marche. 

Nella ricerca storica che cerca nuove conoscenze del Papa della Genga si apre anche quella sul rapporto con gli “stranieri”.

Oggi, pandemia a parte, siamo abituati ad un mondo interconesso e fatto di viaggi e scambi, ma certo all’inizio del 1800 la situazione era bene diversa. Ma Roma e il Vaticano erano comunque meta e luogo di incroci culturali. 

Iniziavano ad esserci addirittura delle “guide” per viaggiare in Italia e soprattutto per visitare Roma, che dopo la dominazione napoleonica, “era tornata a essere in pieno la capitale del mondo cattolico, meta continua di pellegrinaggi religiosi, peraltro attestandosi su un numero annuo di arrivi che il miglioramento dei mezzi di trasporto tendeva a rendere via via più consistente. Insomma, chi veniva a Roma difficilmente si sarebbe annoiato, e anzi avrebbe dovuto mettere in conto un saltellare ininterrotto tra una chiesa e un rudere tra un museo e una catacomba” ricorda Monsagrati. 

Ma le indicazioni più particolari si trovano addirittura negli scritti su Leone XII. Come la biografic che nel 1843 Aléxis-François Artaud de Montor, gli dedica o nella guida di Valéry molto in voga all’epoca.  In uno dei volumi di Voyages historiques et littéraires en Italie pubblicati tra il 1831 e il 1833 dedicato quasi interamente a Roma c’è una pagina dedicata a Leone XII. 

Valéry racconta della celebrazione a San Luigi dei Francesi per la festa nazionale e della partecipazione del Papa nel 1828  accolto dall’ambasciatore appena arrivato a Roma, appunto Chateaubriand, che accompagna passo passo il Papa che si inchina a pregare davanti alle reliquie di san Luigi, e alla tomba di Pauline de Beaumont quindi, “mentre se ne andava, ha stretto affettuosamente la mano al nostro ambasciatore”. Chateaubriand menzionerà per ben due volte la preghiera recitata davanti alla tomba di Pauline de Beaumont assieme a Leone XII nelle sue memorie. Per lo scrittore “il ricordo di Leone XII è espresso con toni di profonda sincerità e lascia trapelare una simpatia umana, una comprensione delle sue sofferenze fisiche e morali, difficili da trovare in altre testimonianze coeve, ivi incluse alcune di provenienza ecclesiastica”.

E’ proprio il francese in una lettera inviata a Madame Récamier il 14 ottobre 1828 a poco più di un mese alla scomparsa del papa a notare i segnali della decadenza e a “cogliere nel pallore di Leone XII e nel suo aspetto emaciato l’approssimarsi della fine, e questo lo rende oltremodo partecipe del dramma che sta per compiersi”. 

Leone XII non fu un Papa amato dal popolo, eppure furono propio personaggi come Chateaubriand a comprenderne il valore. Per lui era evidente che Leone XII era “uno che parla chiaro e, soprattutto, che non sarebbe contrario a una maggiore presenza della Francia in Italia, a compensazione di una invadenza austriaca di cui tutti sono stanchi”. 

Nella sua stessa corte, ricorda Monsagrati, non è facile tracciare una chiara linea di demarcazione della vita di corte rispetto alla vita cittadina nel suo complesso. 

E come succede anche oggi scrittori e giornalisti raccolsero pettegolezzi e chiacchiere. Uno tra loro Stendhal. Leone XII, come scriveva monsignor Tizzoni maestro di casa del Palazzo Apostolico,  “vive e vive circondato da spioni che ogni mattina circondano il suo letto raccontandogli tutti i pettegolezzi di Roma”. Perfino Giuseppe Gioachino Belli in un sonetto racconta di un tal Pietro Fumaroli che sarebbe stato un faccendiere dell’epoca. 

 

 

Ti potrebbe interessare