Letture, Buzzati e Arslan, una coppia vincente per la letteratura italiana

Il nuovo libro di Antonia Arslan rilegge la poetica dell'autore del "Deserto dei tartari"

Un dettaglio della copertina del libro
Foto: Edizioni Ares
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Buzzati come passione, come misura della scrittura,  come sguardo che penetra la realtà e ne svela il cuore segreto. Oltre le mode,  oltre gli schemi,  oltre le ideologie,  la sua opera ci mostra il desiderio di andare oltre, di cercare nelle piccole storie quotidiane, nella natura a cui voltiamo le spalle, la verità dell'esistenza. 

Oggi lo scrittore è considerato un classico, viene letto nelle scuole, ispira film e  nuovi studi. Ma c'è stato un tempo veniva,  tra gli anni sessanta e settanta, in cui  veniva etichettato e snobbato, guardato con sospetto, accusato di "borghesismo" e, peggio ancora, di una visione "cattolica" della vita.

"Tantissimi anni fa, per una collana chiamata 'Invito alla lettura di...', fra tanti autori del nostro Novecento scelsi di scrivere su Dino Buzzati. Il clima culturale era ancora così pesantemente influenzato dalle mode neorealistiche, che lo stesso direttore della collana, poco amante delle atmosfere e dello stile buzzatiani,  tentò di modificare il mio testo in un senso molto negativo verso l'autore, direi addirittura sprezzante.  Non ci riuscì.  Buzzati è un grande, ed è ormai un classico. Il deserto dei Tartari continua ad affascinare i lettori ed è diventato proverbiale; le novelle dei primi libri hanno spesso una perfezione incantata,  sembrano scolpite nel cristallo. E il mio piccolo libro mi pare ancora la chiave giusta per entrare nel suo mondo". Lo scrive Antonia Arslan,  nota scrittrice e saggista, nel presentare la nuova edizione di un suo libro, uscito anni fa. Il titolo è "Dino Buzzati. Bricoleur & cronista  visionario", per le edizioni Ares.

Una testimonianza che rende con chiarezza il clima culturale di un'epoca lontana ma i cui influssi non si sono ancora esauriti.  Anche se, come spiega la stessa Arslan, da tempo ormai appare assodato che Buzzati non sia un autore da etichettare,  da imbrigliare in un "genere" o "sottogenere", ed è appunto un classico. Un classico che riporta in primo piano la ricchezza di un linguaggio semplice,  "piano" lo definisce la Arslan,  tuttavia carico di "oscuri presentimenti", ricco di colori simbolici che avvertono il lettore che nulla, in fondo,  è semplicemente quel che sembra. Colori che fanno pensare a "preziosi arabeschi goticheggianti". Anzi, spiega ancora la scrittrice, che "certe pagine di Buzzati mi hanno sempre fatto venire in mente i fogli miniati dei manoscritti medievali, coi loro ghirigori pazienti e le lettere illuminate di colori e di capricciose abbreviazioni,  dei quali più che capire il senso in fondo interessa subire il fascino misterioso".

Questo saggio, dunque,  rappresenta un'ottima occasione per rinnovare l'incontro con un grande scrittore o per entrare, per la prima volta, dentro il suo mondo colorato di luci e di ombre. La sua biografia "esterna" non è stata così ricca di avvenimenti, però alcuni di essi l'hanno segnata in modo indelebile.La nascita e l'infanzia tra le montagne del bellunese, il rapporto con la natura, l'amore per la madre, gli studi a Milano e poi la sua lunga carriera di giornalista al Corriere della Sera. Fino al matrimonio in età avanzata , la malattia, la morte. Questi sono stati i punti - chiave della sua vita e lo sono diventati anche della sua produzione letteraria. Come quasi sempre accade, l'infanzia diventa il "luogo privilegiato" in cui si formano idee, passioni,  suggestioni, il luogo, popolato di sogni - o di incubi - a cui attingere per dare forma alle storie, ai personaggi.

C'è, in Buzzati, proprio questa urgenza del raccontare, di avvincere il lettore con il ritmo narrativo, di sorprendere e tenere viva la curiosità,  riga dopo riga, pagina dopo pagina. Per sua stessa ammissione, avendolo dichiarato molte volte, è stato il giornalismo a dargli la possibilità di vivere una immersione nella realtà tale da ispirare concretamente romanzi, racconti, oltre, naturalmente  reportage e articoli di ogni genere. Del giornalismo Buzzati aveva un'idea alta, appassionata, totalizzante, capace anche di riscattarne, per così dire, i lati meno nobili  o più prosaici, come la Arslan sottolinea e spiega con precisione.  Raccontava, Buzzati, che nel periodo in cui era di turno in redazione di notte,  per le ultime edizioni del giornale, proprio in quelle lunghe ore così lente e noiose da passare, che aveva cominciato a chiedersi se la vita non fosse proprio simboleggiata da quelle ore di veglia che sembravano non finire mai, in attesa di qualcosa di indefinito,  che si attende come una liberazione, come qualcosa che ci libererà o ci distruggerà, un nemico da affrontare, o una possibilità per dare senso a quest'attesa. Si chiedeva se la vita, in fondo, non fosse altro che lo scrutare all'orizzonte, in attesa di qualcos'altro,  di un bagliore, di una presenza che illumini tutto e tutti.

Si stava formando così il primo nucleo narrativo che avrebbe costituito la base del suo romanzo più noto, Il deserto dei Tartari, ma anche  l'atmosfera e la suggestione profonda di tanti racconti...I corridoi vuoti degli uffici, la luce delle lampade soffusa, il silenzio delle stanze, la consapevolezza che fuori un'intera città palpita di vita segreta, silenziosa, con, le sue strade immerse nella notte,  e poi ancora  il ticchettio leggere di qualche macchina da scrivere o degli orologi a muro: erano già lì le stanze della fortezza Bastiani, gli spalti rivolti verso il deserto e più in la' le montagne, lo sguardo fisso e inquieto di Giovanni  Drogo, mentre si aspetta, giorno dopo giorno che arrivi il momento di affrontare il Nemico. E alla fine si scopre che il nemico vero, quello da sconfiggere nell'ultima battaglia, è la paura di morire, la paura di aver vissuto senza dignità e senza senso.

Antonia Arslan, Dino Buzzati.  Bricoleur & cronista visionario,  Ares edizioni, euro 13,50 Pp.192

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